Arguineguín, l'evento che l'Africa sta chiamando

Arguineguín, l'evento che l'Africa sta chiamando

Leone XIV ad Arguineguín l'11 giugno: i vescovi africani vogliono essere presenti. Un forte atto ecclesiologico per una Chiesa finalmente unita di fronte alla crisi migratoria.

Tramite il Bible Team
15 Minuti di lettura

Pochi giorni prima dell'11 giugno 2026, un'informazione discreta ma significativa circolò nei corridoi delle cancellerie ecclesiastiche: diverse conferenze episcopali dell'Africa occidentale, in particolare quelle di Senegal, Mali, Mauritania e Nigeria, espressero il desiderio di essere rappresentate all'incontro che Papa Leone XIV avrebbe tenuto nel porto di Arguineguín, sull'isola di Gran Canaria. Questo porto non è un luogo qualunque. È qui che i cayucos e le canoe improvvisate, partiti dalle coste senegalesi e mauritane dopo giorni di traversata dell'Atlantico, approdano con il loro carico umano esausto, affamato e martoriato. È qui che inizia l'Europa, per coloro che sono sopravvissuti.

La richiesta dei vescovi africani, coordinata tramite il SECAM (Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar), è al vaglio della Nunziatura Apostolica di Rabat, che ha giurisdizione diplomatica su Marocco e Isole Canarie. A prima vista può sembrare una questione logistica, ma in realtà ha una profonda valenza teologica.

Ciò che questi pastori chiedono non è un posto in un protocollo. Chiedono che il volto della Chiesa che accoglie sia posto di fronte al volto della Chiesa che invia. Chiedono che l'incontro tra il Successore di Pietro e i sopravvissuti al mare non sia semplicemente un gesto dell'Occidente cristiano verso il Sud sofferente, ma un abbraccio della Chiesa universale a se stessa, nella sua carne lacerata.

La chiesa sulle due sponde dello stesso relitto

Una rotta marittima che è anche una mappa pastorale

I dati parlano da soli con una crudezza che nessun commento può attenuare. Nel 2024, oltre 46.800 migranti irregolari hanno raggiunto le Isole Canarie, la stragrande maggioranza in partenza dalle coste della Mauritania e del Senegal. La cosiddetta "rotta atlantica" o "rotta delle Canarie" è ora la più letale d'Europa, con oltre 700 morti o sparizioni registrate solo nei primi sette mesi di quell'anno. Nei primi mesi del 2025, controlli costieri più severi hanno portato a una relativa diminuzione degli arrivi, ma spingendo le partenze da paesi sempre più distanti – Gambia, Guinea – hanno allungato le traversate e ne hanno aggravato la pericolosità.

Ciò che le statistiche non mostrano è che dietro ogni piroga che approda ad Arguineguín c'è una comunità cattolica, una parrocchia, spesso un sacerdote che ha benedetto questi uomini prima della loro partenza. Il cattolicesimo è vivo in Senegal, ancor più in Nigeria, un paese con milioni di fedeli. Questi migranti non vengono dal nulla. Provengono da Chiese vive, Chiese che pregano, che celebrano, che evangelizzano. Quando un giovane di Dakar sale su una piroga, non lascia solo la sua famiglia: lascia anche la sua comunità eucaristica. E quando arriva – se arriva – al porto di Arguineguín, sbarca nel territorio pastorale di un'altra Chiesa, quella della Spagna, quella delle Isole Canarie, quella d'Europa.

Il fatto che le conferenze episcopali africane vogliano essere presenti l'11 giugno significa semplicemente questo: siamo i pastori di coloro che accogliete. Non escludeteci dal momento in cui il Successore di Pietro li abbraccerà.

La sinodalità messa alla prova dal mare aperto

C'è una dimensione ecclesiologica fondamentale in questa richiesta, e merita un'attenta considerazione. Dal Concilio Vaticano II, e ancor più dal Sinodo sulla Sinodalità, i cui lavori si sono svolti nell'arco di diversi anni, la Chiesa cattolica si è concepita come una comunione di comunità locali, una Ecclesia ex Ecclesiis, una Chiesa composta da Chiese. Il modello non è quello di un centro che si irradia verso periferie passive, ma quello di una Chiesa che «cammina insieme», secondo l'etimologia stessa della parola sinodalità.

Tuttavia, sulla questione migratoria, si profila la tentazione opposta. Da un lato, un'Europa che gestisce, filtra e negozia accordi di riammissione con paesi terzi. Dall'altro, un'Africa che viene invocata come fonte del problema, mai come partner nella soluzione. Ripetere questo stesso schema, anche inconsciamente, nel modo in cui viene organizzata una visita papale sarebbe una palese contraddizione con la teologia che la Chiesa professava solo pochi mesi fa nelle sue assemblee sinodali.

Il cardinale Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo di Kinshasa e una delle voci africane più influenti in Vaticano, ha ripetutamente sottolineato la necessità che le Chiese africane siano partecipanti attive, e non destinatarie passive, del dialogo globale. La migrazione è proprio uno degli ambiti in cui questo principio deve essere messo in pratica. È questo che i vescovi dell'Africa occidentale, chiedendo di essere presenti ad Arguineguín, portano al tavolo con pacata dignità e ferma volontà evangelica.

L'apostolo Paolo, straniero in ogni città in cui predicava, scrisse agli Efesini: «Pertanto non siete più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio.» (Ef 2,19). Questa promessa battesimale è il requisito teologico al quale la Chiesa deve sottomettersi prima di rivolgersi alle nazioni.

Arguineguín, un luogo teologico

Un porto trasformato in un segno

Non è insignificante che Leone XIV abbia scelto di iniziare la sua visita alle Isole Canarie non con la Messa allo stadio, né con l'incontro formale con il clero nella Cattedrale di Sant'Anna, bensì con una visita al porto di Arguineguín. L'agenda ufficiale del Vaticano riflette di per sé un'interpretazione teologica della realtà: il Papa si reca prima alle periferie, ai margini, per poi volgersi al centro. Si tratta di un gesto ermeneutico di grande impatto, che indica come la Chiesa interpreti la realtà dalle periferie, per usare un'espressione cara alla recente tradizione pastorale.

Il porto di Arguineguín è diventato tristemente famoso nell'ottobre del 2020, quando le immagini di centinaia di migranti ammassati su una banchina sotto teloni, senza servizi igienici né riparo, hanno sconvolto l'opinione pubblica internazionale. Da allora, organizzazioni cattoliche e laiche hanno mantenuto una presenza costante sul posto, distribuendo acqua, cibo e vestiti, assistendo nelle procedure amministrative e dando un volto umano a quello che altrimenti sarebbe un incubo burocratico. La visita del Papa, con l'ascolto delle testimonianze di quattro migranti africani e latinoamericani, rappresenta un riconoscimento del valore sacramentale di questo servizio. Non si tratta di una visita caritatevole, ma di un atto liturgico compiuto al di fuori delle mura del papato.

La presenza di vescovi africani in quel momento avrebbe trasformato quel gesto papale in qualcosa di ancora più grande. Avrebbe significato che il dolore espresso su quel palco veniva riconosciuto dai pastori di coloro che lo avevano vissuto. Avrebbe creato un segno della Chiesa che trascendeva qualsiasi dichiarazione diplomatica.

La figura dello straniero nella rivelazione

La figura dello straniero permea la tradizione biblica, conferendogli una dignità non solo etica ma anche rivelatrice. La Legge di Mosè ribadisce instancabilmente questo obbligo: «Non sfrutterete lo straniero né lo opprimerete, perché anche voi siete stati stranieri nel paese d'Egitto».» (Es 22,20). Una formulazione notevole: il ricordo della propria vulnerabilità è la radice dell'accoglienza dell'altro. Israele deve accogliere perché è stato accolto, o meglio, perché ha saputo cosa significa non essere accolto.

La dottrina sociale della Chiesa ha amplificato questa tradizione articolandola attorno all'inalienabile dignità della persona umana. Erga migrants caritas Christi, Un documento del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti, pubblicato nel 2004, ci ricorda che la carità di Cristo non conosce confini e che accogliere i migranti è un atto di misericordia sia corporale che spirituale. Ma la dottrina è anche realistica: riconosce il diritto degli Stati di regolamentare i flussi migratori, pur stabilendo che tale diritto debba essere esercitato nel rispetto assoluto della dignità umana. L'accoglienza non è incondizionata in senso logistico, ma lo è in senso antropologico: ogni essere umano è fine in sé, mai un flusso da gestire.

È proprio qui che la presenza dei vescovi africani offre un correttivo insostituibile. Essi comprendono le ragioni per cui questi giovani si imbarcano. Conoscono la povertà, la violenza, il clima rigido, le pressioni familiari che spingono i figli a tentare l'impossibile. Sanno che dietro ogni statistica c'è una persona battezzata, i cui sacramenti hanno talvolta celebrato loro stessi. La loro presenza nelle Isole Canarie dimostra che la risposta pastorale alla migrazione non può essere solo europea, perché la crisi non è solo europea.

Verso una responsabilità ecclesiale condivisa

Andare oltre la logica dell'assistenza

Alla sua 19ª Assemblea Plenaria, tenutasi ad Accra nel 2022, la SECAM ha scelto il seguente tema di lavoro: «"Sicurezza e migrazione in Africa e nelle isole"». Non si trattava di una coincidenza. I vescovi africani si rifiutarono di considerare la migrazione come un problema importato o un destino inevitabile. Esortarono i governi africani a "mettere in atto le strutture e le condizioni che scoraggino la migrazione irregolare": buon governo, occupazione, sicurezza e giustizia sociale. Sottolinearono che la migrazione è un fenomeno umano normale con un fondamento biblico e che ciò che è riprovevole è la migrazione resa inevitabile dalla povertà.

Questa interpretazione apre un orizzonte che un approccio pastorale incentrato unicamente sull'accoglienza dei rifugiati non può comprendere. Mentre la Chiesa in Europa è chiamata a offrire un'accoglienza dignitosa, la Chiesa in Africa è chiamata a creare le condizioni per un possibile ritorno, o per rendere superflua la partenza. Queste due missioni sono complementari. Separarle a livello istituzionale significa curare il sintomo senza affrontare la causa. La presenza di vescovi africani ad Arguineguín l'11 giugno sarebbe la prima immagine concreta di una Chiesa che rifiuta questa separazione.

Il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, ha recentemente sottolineato che la Chiesa cattolica porta in sé un'eredità unica di "accoglienza degli immigrati" tra le istituzioni religiose mondiali. Ma questa eredità può dare frutti solo se la Chiesa agisce come Chiesa universale, e non come un insieme di strutture nazionali che si guardano con diffidenza al di là degli oceani.

Leone XIV tra due continenti

Papa Leone XIV, il primo pontefice americano della storia, portava dentro di sé una memoria migratoria. L'America cattolica è composta da migranti e dai loro discendenti. La sua sensibilità a questo tema non derivava dai libri; era intessuta nella trama stessa della sua formazione umana e spirituale. Scegliendo di recarsi ad Arguineguín – questo porto che è al tempo stesso porta d'accesso e muro, arrivo e confinamento – dichiarò che il suo pontificato non si sarebbe limitato a belle parole sulla dignità umana. Passò all'azione.

Ma un singolo atto papale non basta a costruire una politica della Chiesa. Ciò che serve è un quadro istituzionale che perduri anche dopo il ritorno dell'aereo a Roma. È proprio questo che preannuncia la richiesta della SECAM: la costruzione di una piattaforma per un dialogo continuo tra le Chiese africane ed europee sul tema della migrazione. La nunziatura di Rabat, adoperandosi per integrare questa presenza africana nel programma dell'11 giugno, sta compiendo un lodevole sforzo di mediazione.

La lettera dell'apostolo Giacomo, nella sua brutalità profetica, sfida coloro che credono e che sono testimoni della sofferenza: «Se un fratello o una sorella sono nudi e privi del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: »Andate in pace, riscaldatevi e saziatevi”, senza dare loro ciò che è necessario al corpo, che utilità ha?» (Giacomo 2:15-16). La Chiesa delle Isole Canarie fornisce cibo e bevande da anni. Ma la Chiesa africana conosce i nomi di coloro che hanno fame. Riunirli finalmente in un gesto pastorale condiviso attorno al successore di Pietro significa rispondere alla domanda di Giacomo in un modo diverso e più profondo.

Arguineguín potrebbe essere il luogo in cui la Chiesa cattolica può dimostrare, in modo concreto e inconfutabile, che la cattolicità non è un concetto astratto, ma un modo di stare insieme, su entrambe le sponde del mare.

✝ Riferimenti biblici

3 brani · 3 libri
Esodo
📖 Codice — Libro biblico

Mosè (tradizione) · XIII-VI secolo a.C. · 1213 versetti

Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto. (Esodo 20:2)

La liberazione di Israele dalla schiavitù egiziana e la consegna della Legge sul Sinai.

→ Esplora il Codice dell'Esodo

🌍 5 paesi coinvolti

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🇪🇸
Spagna
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maggioranza cattolica
cattolici
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✝ Santo Patrono
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Guinea
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Africa
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0 %
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🇳🇬
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Senegal
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Minoranza
cattolici
4 %
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Dakar
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