- L'origine e la gioia che non si basa su se stessa
- Cosa cambia nel nostro modo di vivere la citazione di Gesù tratta da Origene?
- «"Ho visto Satana cadere dal cielo come un fulmine."»
- «Non rallegratevi, perché gli spiriti vi sono soggetti.»
- «Rallegratevi, perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».»
- Cosa ci lascia questa meditazione
- Lectio divina
- ✝ Riferimenti biblici
17Ho impostato questo tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome».» 18Egli rispose loro: «Ho visto Satana cadere d’al cielo comme una folgore. 19Bene, vedo che il potere del Calpestar è serpentino e scorpione e tutto il potere del nemico, e questo non è affatto vero. 20»Non rallegratevi perché gli spiriti si sottomettono a voi, ma rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli.” 21In quanto sempre presente, esultando per lo Spirito Santo, dice: "Ti lodo, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, ti lodo, Padre, perché così ti è piaciuto". 22»Ogni cosa mi è stata data dal Padre mio; ed è vero che è così se il Figlio non è il Padre, non è così che il Padre non è il Figlio ed è lo stesso che il Figlio è colui che vive.» 23E, rivoltosi ai suoi discepoli, disse loro in privato: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. 24Infatti io vi dico: molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non l’hanno visto, e udire ciò che voi udite, ma non l’hanno udito».»
Un gruppo di settantadue messaggeri ritorna da un viaggio pericoloso, inebriato dal proprio successo: hanno visto le potenze del male ritirarsi davanti ai loro occhi. Gesù li lascia parlare, poi sposta il loro sguardo: non è il loro potere sui demoni che conta, ma il fatto discreto e definitivo che i loro nomi sono già scritti altrove, in un registro che nessuno può cancellare. Nello stesso istante, si rallegra davanti al Padre per aver nascosto questo mistero ai dotti per rivelarlo agli umili, e confida ai suoi discepoli che essi vedono ciò che i più grandi profeti hanno aspirato a vedere ma non hanno mai ottenuto.
L'origine e la gioia che non si basa su se stessa
C'è una frase in questo testo che non dice nulla di spettacolare, ed è proprio per questo che ci sfugge. I settantadue tornano elettrizzati: hanno scacciato i demoni, hanno visto il male ritirarsi di fronte a un solo nome pronunciato. E Gesù, invece di congratularsi con loro, cambia la loro gioia. Non toglie loro nulla: mostra loro che stavano cercando il tesoro sbagliato.
Per affrontare questo cambiamento era necessaria una mente che avesse sperimentato in prima persona la questione del potere spirituale, le sue vertiginose vette e i suoi limiti: un uomo che avesse dedicato la sua vita a distinguere ciò che risplende da ciò che perdura. Origene, nato ad Alessandria intorno al 185 e morto intorno al 253 dopo aver subito torture durante la persecuzione di Decio, fu un teologo di questo tipo. Catechista dei primi tempi e instancabile esegeta, dedicò la sua vita allo studio delle Scritture con una libertà speculativa che gli avrebbe procurato, secoli dopo, una parziale condanna, ma anche una profonda influenza sull'intera tradizione spirituale cristiana, da Gregorio di Nissa a San Bernardo. La sua opera principale, "Dei principi primi" (Peri Archôn), scritta intorno al 220-230 ad Alessandria, è il primo sistema teologico cristiano organizzato: in essa affronta Dio, il mondo, la libertà, la caduta degli spiriti e, al centro del Libro I, la natura stessa di Satana. È proprio in questo trattato che Origene si concentra sul nostro versetto. Commentando la caduta della "stella splendente, figlio dell'aurora" di Isaia 14, cita direttamente le parole di Cristo ai suoi discepoli per illuminare ciò che questa creatura decaduta era in origine: "Così era questa creatura, un tempo luce, prima di commettere peccato e cadere in questo luogo; e la sua gloria si è trasformata in polvere" (Sui principi primi, I, V). Ciò che Origene afferma chiaramente qui è che la caduta non è mai un incidente esterno: è una trasformazione interna, la gloria che si trasforma in polvere perché ha cominciato a guardare a se stessa. Ed è proprio questo il pericolo che Gesù indica ai settantadue: il potere che si esercita può, senza rendersene conto, diventare la luce che si ammira in se stessi anziché il riflesso che si riceve dall'altrove.Origene, nello stesso capitolo, si spinge oltre, cercando di individuare la radice di questa caduta: «Fu per libera scelta che l'angelo apostata, o il primo uomo, peccò, perché peccò per libera scelta, alla quale nulla avrebbe potuto costringerlo» (Dei principi primi, I, V). Questa frase ci rivela qualcosa di essenziale sulla libertà: il male non è mai un meccanismo, è sempre una scelta. Non cadiamo inciampando su una pietra; cadiamo perché, a un certo punto, scegliamo di guardare a noi stessi piuttosto che a Colui che dona. I settantadue, di ritorno dalla loro missione, si trovano proprio a questo bivio: hanno un potere reale, donato gratuitamente, e la sottile tentazione di iniziare a gioire di esso come se fosse di loro proprietà.
Cosa cambia nel nostro modo di vivere la citazione di Gesù tratta da Origene?
«"Ho visto Satana cadere dal cielo come un fulmine."»
Questa frase di Gesù (Lc 10,18), citata dallo stesso Origene per illuminare la caduta primordiale, non è una misteriosa digressione inserita tra due istruzioni missionarie. È la chiave di tutto ciò che segue. Gesù dice ai suoi discepoli: ciò che avete appena fatto – scacciare gli spiriti maligni nel mio nome – non è un'impresa isolata, è un frammento di un movimento cosmico molto più ampio, quello di una trasformazione già iniziata, già vista, già nota a me dall'eternità.
Qui c'è una lezione di proporzione. Spesso viviamo le nostre piccole vittorie – una tentazione superata, una riconciliazione raggiunta, un servizio reso che ha fatto la differenza – come eventi isolati e meritori, da attribuire ai nostri sforzi. Gesù, tuttavia, colloca immediatamente l'impresa dei settantadue all'interno di un movimento che la trascende infinitamente: non è la loro abilità a sconfiggere Satana, ma la vittoria già compiuta da Colui che li manda. Un fornaio che impasta il pane ogni mattina non produce il grano; lavora con un dono ricevuto molto prima di lui. Allo stesso modo, quando vediamo un male ritirarsi nella nostra vita o in quella di una persona cara – una dipendenza vinta, un risentimento dissolto, una paura che cede – la tentazione immediata è quella di dirci: "Ce l'ho fatta". Origene, con la sua dottrina della caduta per libera scelta, ci ricorda il suo opposto simmetrico: se il male sceglie di cadere, il bene non sceglie mai se stesso, ma viene ricevuto. La gioia autentica non deriva dall'osservare la nostra efficacia, ma dal riconoscere la fonte della forza che ha agito dentro di noi.
«Non rallegratevi, perché gli spiriti vi sono soggetti.»
Questa affermazione di Gesù (Lc 10,20) merita un'attenta riflessione, poiché tocca un punto delicato in ogni vita spirituale seria: il rischio di far diventare il dono ricevuto la fonte della propria identità. I settantadue non gioirono per una menzogna: avevano davvero visto i demoni ritirarsi. Il problema non è la realtà del potere, ma dove ripongono la loro gioia.
È qui che Origene interviene con un pensiero che estende e conferma questa interpretazione, attraverso un'immagine suggestiva mutuata da Isaia e rielaborata nello stesso passo del Trattato sui principi primi: colui che era "luce" prima della Caduta fu chiamato, dopo il suo peccato, "Principe di questo mondo", cioè principe di un luogo, non più principe del cielo. Origene scrive: "da allora è chiamato anche 'Principe di questo mondo', cioè di questa dimora terrena" (Trattato sui principi primi, I, V). In altre parole, la Caduta non è semplicemente una perdita di potere, ma una contrazione del territorio: si passa dal cielo a un luogo, dall'universale al locale, dalla comunione al possesso. Questo è esattamente il rischio che attende i settantadue: se ripongono la loro gioia nelle "menti a loro soggette", restringono la propria identità a un territorio di potere, anziché aprirsi all'immensità di ciò che li trascende: essere conosciuti, amati, iscritti altrove che nelle proprie imprese.
Ritroviamo una sorprendente eco di questa stessa intuizione negli scritti di un Padre del Deserto, Abba Antonio, i cui Detti dei Padri del Deserto riportano questa affermazione straordinariamente semplice: "Ho visto tutte le trappole del nemico poste sulla terra e ho detto, gemendo: Chi può sfuggirvi? E ho udito una voce che mi diceva: Umiltà" (Aforismi dei Padri del Deserto, Antonio). Ciò che Antonio conferma qui, con un linguaggio crudo, privo di una cornice teologica, è ciò che Origene afferma nel suo modo filosofico: l'unico terreno che sfugge alla trappola del potere spirituale è quello dell'umiltà, cioè del guardare all'origine del dono, non alla sua manifestazione.
Immaginate qualcuno che, dopo anni di sforzi, riesce finalmente a ricucire un rapporto familiare avvelenato da anni di silenzio. La tentazione più naturale è pensare: ci sono riuscito dove altri hanno fallito; ho il dono della riconciliazione. Gesù, in questo versetto, ci invita a un cambiamento quasi impercettibile ma decisivo: la vera gioia non è "sono riuscito a riconciliare", ma "sono amato a tal punto da essere stato scelto come strumento di questa riconciliazione" – e questa seconda gioia non dipende da alcun risultato visibile; rimane anche se, la prossima volta, falliremo.
«Rallegratevi, perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».»
Qui sta il cuore del testo, la parola che ribalta l'intera logica del successo spirituale. Gesù non dice ai settantadue di cessare la loro gioia, ma li invita a cambiare l'oggetto della loro gioia. Questo cambiamento è un atto di estrema delicatezza pastorale: non li umilia, ma li eleva al di sopra del loro stesso successo.
Qui, il pensiero di Origene offre un contrasto illuminante, quasi negativo: ciò che descrive nell'angelo caduto è esattamente l'opposto di ciò che Gesù propone ai settantadue. L'angelo apostata, dice Origene, cadde "per sua libera scelta": preferì guardare a se stesso, alla propria gloria, piuttosto che ricevere il suo posto da una mano più grande della sua. I settantadue si trovano proprio al punto di svolta in cui questa stessa tentazione li attende: anche loro potrebbero iniziare ad amare il proprio potere più di Colui che glielo dona. Gesù li ferma in tempo. "Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti", vale a dire: la vostra gioia non si basa su ciò che fate, ma su ciò che già siete, indipendentemente da qualsiasi impresa, anche prima di qualsiasi impresa.
Questa frase ha un immenso significato esistenziale per chiunque abbia mai provato l'ansia di dover "guadagnarsi" il proprio posto: in una famiglia, in un'azienda, in una comunità. Molte persone vivono con la vaga convinzione che il loro valore dipenda dal loro ultimo successo, dall'ultimo servizio reso, dall'ultima dimostrazione di utilità. Gesù ribalta questo sistema: il tuo nome è già scritto. Non è una ricompensa futura, subordinata ai tuoi successi futuri, ma un fatto compiuto, sul quale nemmeno i tuoi fallimenti hanno potere. È un modo per dire: non hai nulla da dimostrare per essere amato; sei già conosciuto, prima ancora di qualsiasi merito.

Cosa ci lascia questa meditazione
Ciò che Gesù offre ai settantadue, e attraverso di loro a tutti noi, non è un semplice consiglio di modestia – sarebbe insufficiente. È un radicale spostamento del centro di gravità della nostra esistenza: dal fare all'essere, dalla performance all'appartenenza, dal potere alla grazia ricevuta. Origene, con la sua meditazione sulla caduta dell'angelo per libera scelta, ci aiuta a comprendere, al contrario, perché questo spostamento sia vitale: la caduta inizia sempre nel momento in cui una creatura preferisce contemplare se stessa – la propria luce, il proprio successo, la propria autorità – piuttosto che ricevere se stessa da una fonte che la trascende. Ciò che Gesù propone ai discepoli è l'esatto opposto di questa logica: smettere di contemplarsi nello specchio delle proprie vittorie e riconoscere invece di essere contemplati, conosciuti e iscritti altrove.
Questa intuizione permeò l'intera tradizione spirituale cristiana, manifestandosi anche in modi molto concreti. Molto più tardi, san Bernardo di Chiaravalle avrebbe ripreso, a suo modo, questa gerarchia tra risultati visibili e grazia nascosta, insistendo sul fatto che l'umiltà non è una posizione morale ma una verità: conoscere se stessi per come si è veramente, senza la patina delle opere compiute. Ciò che Gregorio di Nissa, altro erede di Origene, avrebbe poi sviluppato con il nome di epectasi – questa ascesa senza fine verso un Dio sempre più grande di ciò che abbiamo già compreso – trova qui i suoi primi contorni: la gioia cristiana non è mai una meta in cui ci si adagia sugli allori; è un'apertura continua verso un dono che precede e supera sempre i nostri sforzi.Questo testo ci invita a un gesto molto semplice, ma difficile da mantenere nel tempo: ogni volta che compiamo qualcosa di buono – un servizio, una vittoria su noi stessi, un male evitato – prendiamoci un attimo per cambiare prospettiva. Non fermiamoci a "Ho avuto successo", ma andiamo oltre, a "Sono amato, a prescindere da questo successo". È un esercizio di verità interiore, quasi una disciplina del cuore: rifiutare che il nostro valore sia misurato dai nostri successi e ricordarci che il nostro nome, come quello dei settantadue, era già scritto prima che facessimo qualcosa per meritarlo.
Origene conclude la sua trattazione della caduta con un'immagine di implacabile sobrietà, senza commenti, che risuona come un silenzioso monito per chiunque riponga la propria gioia nella propria genialità: "la sua gloria si è ridotta in polvere".
Lectio divina
«Rallegratevi, perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Luca 10:20)
Dove collochi il centro della tua gioia in questo momento? È in ciò che realizzi, in ciò che gli altri notano di te, nelle piccole vittorie che ottieni su te stesso? E se, anche solo per un istante, smettessi di osservarti mentre ti esibisci e ti limitassi a sapere di essere visto, riconosciuto, apprezzato, prima ancora di qualsiasi merito, prima ancora di qualsiasi dimostrazione? Cosa dentro di te resiste all'idea che tu sia già amato senza averlo meritato?
Padre, tu conosci il mio nome prima ancora che io compia qualsiasi azione per meritarlo. Distogli il mio sguardo dai miei successi. Fa' che io smetta di cercare il mio valore in ciò che produco. Scrivimi, come hai scritto ai settantadue, in un luogo che non posso né guadagnare né perdere. Preservami dalla caduta di chi ha amato la propria luce più della sua fonte. Possa la mia gioia essere nell'essere conosciuto, non nell'aver avuto successo.
Un nome, tracciato da una mano silenziosa, in un libro che nessun vento può chiudere.
✝ Riferimenti biblici
2 brani · 2 libri
Egli ci ha donato un figlio, un figlio ci è stato dato. (Isaia 9:5)
Il grande profeta della salvezza: giudizio, consolazione e annuncio del Servo sofferente.
→ Esplora il Codice di Isaia
Il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto. (Luca 19:10)
Il Vangelo della Misericordia: Gesù vicino ai poveri, alle donne e ai peccatori.
→ Esplora il Codex Luc- Una donna di nome Marta lo accolse. Maria scelse la parte migliore (Luca 10,38-42).
- Chi è il mio prossimo? (Luca 10:25-37)
- Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli (Luca 10:17-24)
- La tua pace riposerà su di lui (Luca 10:1-12)
- Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore e il prossimo tuo come te stesso (Mt 22,34-40)
- Anche solo uno di questi bambini: cosa vede Dio quando distogliamo lo sguardo
- Il sangue delle donne di Ekurhuleni e il silenzio che Dio non può sopportare
- Sette minuti di bronzo contro il paradiso delle macchine: cosa dicono le campane di Francia
- Quando la carità diventa diplomazia: il cardinale Zuppi e la missione che si rifiuta di essere politica.



























