Ciò che solo il Figlio sa veramente del Padre e perché ci riguarda

Benedetto XVI fa luce su Matteo 11: conoscere Dio non significa conoscere, ma entrare in comunione con lui attraverso il Figlio.

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Matteo 11, 25–27

25In che tempo Gesù disse ancora: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, Padre, ti benedico perché ti è piaciuto. 27Ogni cosa mi è stata data dal Padre mio; sappiamo che il Figlio non è il Padre, e non sappiamo che il Padre non è il Figlio e ciò che il Figlio ha voluto rivelarlo.

Un giorno, lungo la strada, Gesù pronuncia ad alta voce una preghiera, quasi un ringraziamento pubblico. Ringrazia il Padre per aver nascosto certe cose ai dotti, agli esperti, a coloro che già sanno tutto, e per averle rivelate ai piccoli, a coloro che non hanno nulla da dimostrare. Poi aggiunge un'affermazione sconvolgente: nessuno conosce veramente il Figlio se non il Padre; e nessuno conosce veramente il Padre se non il Figlio – e colui al quale il Figlio sceglie di rivelarsi. È un cerchio chiuso, quasi segreto, tra un Padre e un Figlio, che tuttavia si apre, attraverso il puro amore, a chiunque voglia entrarvi come un bambino.

Come Benedetto XVI ha interpretato la preghiera di Gesù in Matteo 11 come chiave di tutta la teologia cristiana.

C'è una frase di Gesù così profonda da aver occupato generazioni di teologi, eppure può essere racchiusa in un solo respiro di preghiera: nessuno conosce il Figlio se non il Padre, nessuno conosce il Padre se non il Figlio. Benedetto XVI, nel primo volume del suo *Gesù di Nazareth*, sceglie di non commentare questa affermazione come una semplice curiosità dottrinale, ma come il centro da cui si comprende il resto della vita di Gesù. Ciò che il papa teologo vede in questo versetto, e che pochi colgono con la stessa chiarezza, è che la conoscenza di cui parla Gesù non è intellettuale: è un modo di essere, una comunione così totale che sola ci permette di conoscere veramente chi è l'altro. E questo cambia tutto, anche per noi che non abbiamo mai preteso di conoscere Dio se non attraverso le parole, i catechismi e, a volte, abitudini di preghiera piuttosto tiepide.

Iniziamo dunque con una preghiera poco conosciuta, tratta dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 11, versetti 25-27. Gesù, dopo aver parlato alla folla e aver incontrato l'incomprensione di alcune città, si volge improvvisamente al cielo e rende grazie: «Ti lodo, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). Segue poi il passo che ci interessa: «Ogni cosa mi è stata data dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vuole rivelarlo» (Mt 11,27). È proprio questo versetto 27 che Benedetto XVI pone, letteralmente, all'inizio del suo capitolo sulla preghiera di Gesù.

Una cifra inaspettata per un testo che si penserebbe riservato agli specialisti.

Perché scegliere un papa del ventunesimo secolo, e non un Padre della Chiesa, per illuminare un testo di duemila anni? Proprio perché Joseph Ratzinger, poi diventato Benedetto XVI, si accosta a questo testo meno come un dogmatico e più come un uomo di preghiera che cerca di comprendere come pregava Gesù stesso. Gesù di Nazareth non è un trattato di cristologia accademica destinato ai seminari; è, per usare le parole dell'autore, un libro nato da una ricerca personale del volto del Signore, scritto nelle rare ore libere di un immenso pontificato e pubblicato nel 2007 da Flammarion in questo primo volume, che copre il periodo dal battesimo nel Giordano alla Trasfigurazione. Il libro si rivolge a chiunque voglia "conoscere Gesù", e il suo autore vi apporta la sua fede personale tanto quanto la sua erudizione esegetica. È questa duplice qualità – il rigore del teologo e l'interiorità del credente – che rende così preziosa la sua interpretazione di Matteo 11: egli non si limita a spiegare un versetto, ma ci conduce in una preghiera.

Ciò che Benedetto XVI comprende innanzitutto è che la parola "conoscere" non è mai insignificante nella bocca di Gesù. Tendiamo a ridurre la conoscenza a un mero esercizio mentale: conoscere una data, un volto, un fatto. Ma il Papa ci ricorda che, in tutta la tradizione biblica, conoscere qualcuno implica una vicinanza d'essere, non solo di informazione. Lo afferma inequivocabilmente: "Per conoscere veramente Dio è necessaria la comunione con Dio" (Gesù di Nazareth, I, capitolo sulla preghiera di Gesù). Questa frase apparentemente semplice ribalta un'intuizione molto moderna, secondo cui si potrebbe conoscere Dio come si conosce un oggetto di studio, dall'esterno, a distanza di sicurezza. Benedetto XVI afferma il contrario: non c'è conoscenza di Dio senza entrare, in un modo o nell'altro, nella sua vita.

Egli chiarisce ulteriormente, con una formulazione quasi filosofica che merita un'attenta considerazione: «Ogni processo di conoscenza include sempre, in una forma o nell'altra, un processo di assimilazione, una sorta di unificazione interna tra chi cerca e l'oggetto della sua ricerca» (Gesù di Nazareth, I, capitolo sulla preghiera di Gesù). In altre parole, conoscere non significa mai semplicemente osservare da lontano; significa sempre, in misura variabile, diventare in qualche modo simili a ciò che si conosce. Un musicista che conosce veramente una sinfonia non si è limitato ad ascoltarla: l'ha interiorizzata a tal punto che ora essa permea il suo modo di percepire il mondo. Una madre che conosce suo figlio non si è limitata a osservarlo: ha, in un certo senso, assorbito il suo ritmo, i suoi silenzi, il suo modo di essere triste o gioioso, al punto da riconoscerli ancor prima che vengano espressi. Se ciò è vero per la conoscenza di un essere umano o di un'opera d'arte, quanto più lo è per la conoscenza di Dio stesso, un oggetto di conoscenza che non si colloca a un livello ontologico inferiore, ma è l'essere stesso, la fonte di tutto ciò che esiste.

È qui che le parole di Gesù assumono il loro pieno significato. Se la conoscenza presuppone una forma di unità con ciò che si conosce, allora solo chi è della stessa natura di Dio può conoscerlo veramente. Per questo, secondo Benedetto XVI, «l'unità della conoscenza è possibile solo perché è unità dell'essere» (Gesù di Nazareth, I, capitolo sulla preghiera di Gesù). Il Figlio non conosce il Padre come uno studente brillante conoscerebbe un insegnante esigente, attraverso lo studio e i meriti accumulati. Lo conosce perché è della sua stessa sostanza, perché tra loro non c'è distanza da colmare con lo sforzo intellettuale. È una conoscenza che precede ogni indagine, perché è già, dall'eternità, perfetta comunione.

Eppure – ed è qui che il testo si fa veramente commovente per noi – questa conoscenza, un tempo chiusa e riservata all'intimità del Padre e del Figlio, viene aperta. Gesù non dice che questa conoscenza rimarrà per sempre inaccessibile all'umanità. Dice che il Figlio la rivela «a chi vuole rivelarla» (Mt 11,27). Benedetto XVI sottolinea questo punto con una citazione giovannea che illumina e conferma la sua interpretazione: «Nessuno ha mai visto Dio; l'unigenito Figlio, che è nel seno del Padre, è colui che lo ha fatto conoscere» (Gv 1,18). Il Figlio non è dunque solo colui che conosce; è colui che fa conoscere, colui che apre un varco dove, senza di lui, ci sarebbe solo un muro.

Cosa cambia questa preghiera nel nostro modo di esistere davanti a Dio?

«Conoscere veramente Dio presuppone la comunione con Dio»: la fine di una teologia dello spettatore.

Questa affermazione di Benedetto XVI merita grande attenzione, perché smonta un pregiudizio diffuso, persino tra i credenti sinceri: l'idea che si possa "sapere di più" su Dio come si può approfondire un argomento di storia o di filosofia. Quanti di noi hanno accumulato letture spirituali, citazioni di santi, spiegazioni della Trinità, senza che ciò abbia cambiato nulla nella nostra vita di preghiera? Si possono recitare a memoria gli articoli del Credo e rimanere, fondamentalmente, estranei al loro significato. Non è un problema intellettuale, ma un problema di comunione.

Immaginate qualcuno che abbia letto ogni libro immaginabile sul matrimonio, che conosca a memoria le statistiche sulla felicità coniugale, i consigli degli psicologi, i trattati sulla fedeltà, ma che non abbia mai convissuto con qualcuno per vent'anni, non abbia mai condiviso un letto, un tavolo o notti di angoscia per un figlio malato. Questa persona "saprebbe" molto sul matrimonio. Non "conoscerebbe" il matrimonio. Benedetto XVI ci dice che questa è precisamente la differenza tra sapere cose su Dio e conoscere Dio: quest'ultima richiede di vivere una relazione, non semplicemente di accumulare informazioni accurate.

Ecco perché molte delle nostre preghiere rimangono sterili quando si limitano a chiedere, recitare e consumare formule senza consacrarvi la nostra vita. La comunione di cui parla il Papa presuppone tempo dedicato, silenzio vissuto e una fedeltà che perdura anche nell'aridità. Un monaco del deserto disse una volta a un confratello che si era rivolto a lui in cerca di una parola di vita: "Va', rimani nella tua cella, e la tua cella ti insegnerà ogni cosa" (Abba Moses, Detti dei Padri del Deserto). Non si tratta di un consiglio a ritirarsi dal mondo per misantropia; è il riconoscimento che la conoscenza di Dio non si acquisisce accumulando conoscenze esteriori, ma attraverso una presenza paziente e ripetuta, incarnata nel tempo – proprio ciò che Benedetto XVI chiama comunione.

«Ogni processo di conoscenza implica […] una sorta di unificazione interna»: cosa significa questo per le nostre amicizie spirituali

Questa seconda citazione ci invita a ripensare tutte le nostre relazioni, non solo quella con Dio. Se la conoscenza implica sempre un inizio di assimilazione, allora le nostre vere amicizie – quelle che ci trasformano davvero – non sono mai neutre. Impercettibilmente diventiamo un po' di ciò con cui trascorriamo del tempo. Adottiamo i modelli linguistici di un caro amico, il suo modo di vedere un problema, a volte persino i suoi gusti in fatto di cibo o musica, senza nemmeno rendercene conto. È un fenomeno quasi fisiologico: trascorrere del tempo con gli altri ci trasforma.

Se questo vale anche per le amicizie umane, dovrebbe metterci in guardia sulle nostre scelte spirituali. Trascorrere ore davanti a schermi che alimentano rabbia, confronti e vanità produce lentamente in noi un'unificazione interiore con questa agitazione: diventiamo più ansiosi, più gelosi, più superficiali, senza aver consapevolmente deciso nulla. Al contrario, immergersi nelle Scritture, soffermarsi davanti al tabernacolo, rileggere lentamente una parabola, produce anch'esso lentamente un'unificazione interiore, ma con pace, con dolcezza, con quello sguardo particolare che Gesù ha verso le persone. Benedetto XVI ci ricorda, senza affermarlo esplicitamente, che diventiamo ciò che assiduamente contempliamo. Agostino lo aveva già intuito in un tono più personale e ardente: «Ci hai creati per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Agostino, Confessioni, I, 1). Questa frase, che apre uno dei libri più letti di tutta la storia del cristianesimo, esprime a suo modo ciò che Benedetto XVI sviluppa come teologo: siamo strutturalmente creati per un'unione con Dio, e finché questa unione non si realizza, qualcosa in noi rimane inquieto, incompiuto, in cerca.

«"L'unità della conoscenza è possibile solo perché è l'unità dell'essere": perché la preghiera non è un esercizio ma un'esistenza

Ecco la citazione più complessa, quella che richiede il maggior sforzo, ma anche quella che, una volta compresa, risulta più liberatoria. Se l'unità della conoscenza presuppone un'unità dell'essere, allora comprendiamo perché solo il Figlio può conoscere il Padre con conoscenza perfetta: non c'è distanza ontologica tra loro, nessun divario di natura da colmare. Il Figlio non impara a conoscere il Padre come uno studente impara una materia; lo conosce perché è sempre stato della sua stessa sostanza.

Ma allora, potremmo chiederci con una certa legittima apprensione, che cosa resta a noi, creature di natura radicalmente diversa, fatte di polvere e di respiro preso in prestito? È proprio qui che Gesù apre una breccia inaspettata: il Figlio vuole che noi partecipiamo, per grazia, a questa conoscenza che gli appartiene per natura. Non siamo noi ad ascendere a Dio con le nostre facoltà intellettuali o spirituali; è il Figlio che discende a noi e ci associa, quasi per adozione, alla sua stessa relazione filiale. È proprio questo che suggerisce la preghiera di Gesù quando dice che questa conoscenza si rivela «a chiunque il Figlio voglia rivelarla» (Mt 11,27): non è una conquista da parte nostra, ma un dono gratuito che ci permette di entrare, a nostro modo, in un'intimità che non ci apparteneva per natura.

Questo trasforma radicalmente la nostra comprensione della preghiera cristiana. La preghiera non consiste principalmente nel parlare a un Dio distante per ottenere favori; consiste nel lasciarsi attrarre, dal Figlio stesso, nel movimento d'amore che lo unisce eternamente al Padre. Quando diciamo "Padre nostro", non pronunciamo una formula di cortesia: entriamo, letteralmente, nelle parole stesse del Figlio, prendiamo in prestito la sua relazione filiale, diventiamo, per un istante, partecipi di ciò che egli ha vissuto per tutta l'eternità. È un'audacia sbalorditiva, quasi scandalosa se la si considera a fondo, eppure è il messaggio centrale dell'intero Vangelo.

Ciò che solo il Figlio sa veramente del Padre e perché ci riguarda

Cosa ci lascia questa meditazione

Cosa rimane, una volta chiuso questo denso testo sulla conoscenza e la comunione? In primo luogo, una certa umiltà di fronte alle nostre pretese teologiche. Possiamo moltiplicare le nostre letture, affinare le nostre formulazioni, dibattere le sfumature del Trinitarismo, senza che questo ci avvicini minimamente a una vera conoscenza di Dio, se questa conoscenza non è accompagnata da un tempo dedicato, da un silenzio vissuto, da una vita veramente condivisa con Lui. Benedetto XVI ci invita a non confondere mai l'accumulo di conoscenza con la comunione vissuta – e questo è un salutare monito per chiunque ami leggere, riflettere e discutere di fede senza sempre prendersi il tempo di stare semplicemente davanti a Dio, in silenzio, come un bambino davanti al padre.

Allora, una pace profonda di fronte ai nostri limiti. Non conosceremo mai Dio come il Figlio conosce il Padre: quella conoscenza appartiene a un ordine dell'essere che ci trascende infinitamente. Ma questa non è una cattiva notizia: è proprio per questo che il Figlio si è fatto uomo, per associarci, per grazia e non per natura, alla sua stessa conoscenza filiale. Non ascendiamo a Dio con le nostre forze; siamo portati, adottati, introdotti. Questo pensiero ha permeato tutta la tradizione cristiana, dai Padri greci ai mistici medievali, i quali hanno tutti parlato, ciascuno con le proprie parole, di questa divinizzazione dell'umanità resa possibile dall'umanità del Figlio. Benedetto XVI si inserisce in questa lunga tradizione quando insiste sull'unità dell'essere dietro l'unità della conoscenza: non si tratta di una scoperta personale, ma della fedele eco di un'intuizione che attraversa venti secoli di fede cristiana.

Infine, un gesto molto semplice da ricordare: la prossima volta che reciteremo il Padre Nostro, forse potremmo ricordare che queste parole non sono principalmente nostre. Sono quelle del Figlio, che Egli ci presta, che ci fa dire con Lui e in Lui. Pregare in questo modo non significa recitare una formula imparata a memoria; significa lasciarsi assorbire, per un istante, dal movimento stesso della Trinità, entrare, come bambini che non hanno nulla da dimostrare, in un segreto che non era destinato a noi eppure ci viene offerto.

Benedetto XVI conclude la sua meditazione su questo versetto con una frase che riassume, senza bisogno di ulteriori commenti, tutto ciò che abbiamo appena trattato: «L'unità della conoscenza è possibile solo perché è l'unità dell'essere».»

Lectio divina

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Lectio — Lettura

«Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio» (Mt 11,27).

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Meditatio — Per meditare

Cosa cerchi veramente quando preghi: risposte o una presenza? Hai mai notato che finisci per assomigliare un po' a coloro con cui trascorri molto tempo? Cosa faresti di diverso oggi se credessi davvero che Dio voglia attirarti nella sua cerchia più intima, e non solo rispondere alle tue richieste?

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Orazione — Pregare

Padre, tu sei nascosto ai sapienti e rivelato ai piccoli. Fammi diventare piccolo davanti a te, senza che io debba dimostrare nulla. Figlio, prestami le tue parole per rivolgermi al Padre. Fammi, per un istante, partecipe della tua conoscenza. Che io smetta di cercarti come un oggetto e che io impari a rimanere come un bambino.

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Contemplatio: contemplare

Un bambino addormentato sulla spalla del padre, senza una parola, senza domande, semplicemente lì.

✝ Riferimenti biblici

2 brani · 2 libri
Giovanni
📖 Codice — Libro biblico

Giovanni Evangelista (tradizione) · 90-100 d.C. · 879 versetti

Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito. (Giovanni 3:16)

Il Vangelo della Parola: una teologia profonda dell'Incarnazione e dei segni di Gesù.

→ Esplora il Codice Giovanni
Matteo
📖 Codice — Libro biblico

Matteo (tradizione) · 80-90 d.C. · 1071 versetti

Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. (Matteo 28:20)

Il Vangelo del Re: Gesù, il nuovo Mosè, adempie le Scritture per Israele e per le nazioni.

→ Esplora il Codice di Matteo

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