- Origene e il mistero di una stirpe che si trasforma in fratellanza
- Come il commentario di Origene su San Giovanni illumina il passaggio dallo stato di infanzia a quello di fratello di Cristo
- Il paralitico, la donna con l'emorragia e la tenerezza di un padre che inizia sempre da lì
- Una scala interiore: da servo a figlio, passando per il discepolo.
- «"Il servo prima diventa discepolo" - il primo passo su una scala spirituale
- «Andate a cercare i miei fratelli» — la fratellanza come frutto della risurrezione, non come ricompensa meritata
- «"Abbi fiducia, figlio mio" - le parole che precedono sempre il miracolo
- Cosa cambia questa scala nel modo in cui guardiamo alla nostra vita spirituale
- Lectio divina
- ✝ Riferimenti biblici
Origene e il mistero di una stirpe che si trasforma in fratellanza
Come il commentario di Origene su San Giovanni illumina il passaggio dallo stato di infanzia a quello di fratello di Cristo
Conosciamo tutti quella sensazione di essere piccoli di fronte a Dio. Ci assale presto, spesso durante l'infanzia, e non ci abbandona mai del tutto: questo senso di dipendenza, di fragilità, di attesa di un perdono o di una guarigione che non possiamo procurarci da soli. Origene, uno dei più grandi esegeti del cristianesimo primitivo, sacerdote nato ad Alessandria alla fine del II secolo, dedicò la sua vita allo studio dei Vangeli con un'attenzione quasi microscopica. Nulla nella sua opera è un dettaglio: ogni parola pronunciata da Cristo racchiude un significato nascosto, una direzione, un movimento. Ed è proprio questa prospettiva che gli permette di scorgere, in due scene di guarigione apparentemente innocue, la traccia di un'intera pedagogia divina.Il Commentario al Vangelo di Giovanni non è una semplice raccolta di appunti. È un'opera monumentale, uno dei primissimi commentari su un libro delle Scritture nella storia del cristianesimo, scritto nel corso di diversi anni in un contesto di controversie teologiche in cui era necessario difendere la coerenza della rivelazione biblica contro interpretazioni che la frammentavano. Origene procede versetto per versetto, con la pazienza di chi sa che la verità non si rivela mai completamente a prima vista. Il passo che stiamo considerando proviene dal Libro Trentadue, uno degli ultimi dell'opera, dove Origene riflette sul congedo di Gesù dai suoi discepoli e su questa profonda affermazione: «Andate dai miei fratelli e dite loro: "Io salgo al Padre mio e Padre vostro"» (Gv 20,17).
È qui che Origene pone la sua domanda, semplice ma profonda: com'è possibile che colui che chiamava i suoi discepoli "figlioli" (Gv 13,33) ora li chiami "fratelli"? Tra gli esseri umani, osserva, una cosa simile è impossibile: un figlio rimane figlio, un padre rimane padre, la gerarchia non si inverte mai. Ma con Cristo, qualcosa di diverso è in gioco. Lo scrive chiaramente: "A differenza di ciò che accade tra gli esseri umani, dove un figlio non può poi diventare fratello di colui di cui era figlio prima, non è impossibile passare dallo stato di figlio di Gesù a quello di fratello di Gesù" (Commentario a Giovanni 32, 368-374). Il significato di questo per noi è semplice da enunciare, ma difficile da comprendere appieno: il nostro rapporto con Dio non è statico. È vivo, si muove, matura – e questo movimento non dipende dai nostri meriti, ma dalla risurrezione di Cristo stesso.
Si pensi a un figlio che, una volta diventato adulto, continua a ricevere sostegno finanziario, un tetto sopra la testa e protezione dai genitori, fino al giorno in cui, senza mai rinnegare il loro debito, inizia a lavorare al loro fianco, da pari a pari, quasi come un socio. Non cessa di essere il loro figlio. Ma la natura del legame cambia. Origene vede questa stessa trasformazione nei Vangeli, portata però all'estremo: «Quelli che egli chiamava i miei ‘Figlioli’ diventano, almeno dopo la risurrezione del Salvatore, suoi fratelli, perché sono stati in un certo senso rimodellati dalla risurrezione di Gesù» (Commentario su San Giovanni 32, 368-374). La parola «rimodellati» non è una semplice traduzione: significa che non siamo noi a crescere con le nostre forze, ma è la risurrezione stessa che ci rimodella, che ci rende capaci di una fraternità che prima non avremmo potuto immaginare.Il paralitico, la donna con l'emorragia e la tenerezza di un padre che inizia sempre da lì
Prima di proseguire in questo cammino spirituale, dobbiamo soffermarci sul punto di partenza che Origene ha scelto deliberatamente: i due miracoli di Matteo 9. "Infatti disse al paralitico: 'Coraggio, figlio mio, i tuoi peccati ti sono perdonati'; e alla donna emorragica: 'Figlia, la tua fede ti ha salvata'" (Mt 9,2.22). Due corpi spezzati, due vite appese alla speranza di un gesto, e due parole che ricorrono: bambina, figlia. Origene osserva che il Salvatore non inizia mai imponendo delle richieste. Inizia instaurando una relazione. Ancor prima di guarire, pone il sofferente in una posizione – quella di un figlio riconosciuto, amato e atteso.Questo modo di iniziare ci parla più di quanto immaginiamo. Quanti di noi, nei momenti di difficoltà, aspettano prima di essere riconosciuti, prima ancora di ricevere aiuto? Una persona malata in ospedale non ha bisogno solo di cure: ha bisogno che le si parli con rispetto, che venga vista come una persona e non come una cartella clinica. Questo è esattamente ciò che fa Gesù: prima del miracolo, le parole di appartenenza. "Figlio mio". "Figlia mia". E queste sole parole aprono già una breccia nella solitudine della sofferenza.
Origene afferma, con una chiarezza che ancora oggi sconcerta alcuni lettori: «Non abbiate timore di dire che, per alcuni, il Salvatore è un padre» (Commentario a Giovanni 32, 368-374). Questa affermazione richiede coraggio per essere pronunciata, poiché colloca Cristo in un ruolo solitamente riservato al solo Padre celeste. Ma Origene non si sottrae a questa audacia teologica: se Cristo parla e agisce come un padre verso coloro che soffrono, allora deve essere chiamato tale, senza falsa modestia. Ciò che questo cambia per noi è il permesso di lasciarci amare paternamente da Cristo stesso, e non semplicemente di considerarlo un maestro, un modello o un giudice.
Una scala interiore: da servo a figlio, passando per il discepolo.
«"Il servo prima diventa discepolo" - il primo passo su una scala spirituale
Origene non si limita a contrapporre due stati, l'infanzia e la fraternità. Delinea una progressione in quattro fasi, quasi una scala interiore che ognuno di noi è invitato a salire senza nemmeno rendersene conto. Scrive: «Esaminerete se il servo prima diventa discepolo, poi bambino, poi fratello di Cristo e figlio di Dio» (Commentario a Giovanni 32, 368-374). Ciò che questa frase indica, in modo molto concreto, è che il nostro rapporto con Dio quasi mai inizia con la tenerezza filiale. Spesso inizia con l'obbedienza, con il servizio, con una forma di timore reverenziale, ed è solo a poco a poco che si scalda, si avvicina e si interiorizza.
Consideriamo qualcuno che sta iniziando il suo cammino di fede, o che vi ritorna dopo anni di allontanamento. All'inizio, tutto sembra un insieme di regole da seguire: comandamenti, messe, regole che rispettiamo perché ci è stato detto di rispettarle. Questa è la condizione del servo: utile, ma pur sempre estraneo alla relazione. Poi arriva un momento in cui iniziamo a capire perché facciamo ciò che facciamo; diventiamo discepoli, impariamo, ci interroghiamo, cerchiamo di cogliere il significato che si cela dietro le nostre azioni. E poi, un giorno, senza sapere esattamente quando, scopriamo di non seguire più delle regole: amiamo un Padre. Siamo diventati figli. Origene ci dice che quest'ultima fase non è nemmeno l'ultima: oltre l'infanzia spirituale, c'è la fraternità con Cristo stesso e, attraverso di lui, la piena e completa filiazione con Dio.
Questa interpretazione trova una potente eco in san Paolo, la cui lettera ai Romani getta nuova luce su questa stessa dinamica: «Infatti voi non avete ricevuto uno spirito di schiavitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: ‘Abbà, Padre!»» (Romani 8,15). Ciò che Paolo chiama adozione, Origene lo chiama trasformazione attraverso la risurrezione: due modi di esprimere la stessa verità: non rimaniamo prigionieri di una relazione di servile paura. Siamo chiamati a qualcosa di diverso, a un'intimità che trasforma persino il modo in cui ci rivolgiamo a Dio.
«Andate a cercare i miei fratelli» — la fratellanza come frutto della risurrezione, non come ricompensa meritata
È importante sottolineare un punto che una lettura superficiale del testo potrebbe trascurare: la fraternità che Gesù proclama dopo la sua risurrezione non è una promozione concessa ai discepoli perché se la sono guadagnata con la loro fedeltà. Ricordiamoci che questi sono gli stessi discepoli che, solo pochi giorni prima, lo avevano abbandonato, uno di loro addirittura rinnegando la fede prima ancora di conoscerlo. Ed è proprio a questi uomini – fallibili, timorosi e dispersi – che il Signore risorto rivolge questo messaggio: «Andate dai miei fratelli e dite loro: "Io salgo al Padre mio e Padre vostro"» (Gv 20,17).
Questo messaggio risuona in noi nei nostri stessi fallimenti. Tutti conosciamo l'esperienza di aver deluso qualcuno, di essere stati privi di coraggio, di essere fuggiti da una situazione per paura, di aver infranto una promessa. E conosciamo anche l'angoscia che ne consegue: "Ho perso il mio posto con questa persona?". Cristo risponde, attraverso questo passo, che non solo il nostro posto non è perso, ma che viene rafforzato. Origene lo esprime così: "Coloro che egli chiamava i miei 'Figlioli' diventano, almeno dopo la risurrezione del Salvatore, suoi fratelli, perché sono stati in un certo senso rimodellati dalla risurrezione di Gesù" (Commentario a Giovanni 32, 368-374). Non è dunque il nostro merito a renderci fratelli di Cristo: è la sua risurrezione che ci rimodella, che ripara in noi ciò che i nostri rinnegamenti avevano danneggiato.
Abba Poemen, uno dei Padri del Deserto, riportato nei Detti dei Padri del Deserto, diceva a coloro che si rivolgevano a lui, scoraggiati dalle proprie cadute: "Non perdete mai la fede, anche se cadete ogni giorno" (Detti dei Padri del Deserto, Poemen). Questo detto, proveniente da un contesto completamente diverso – quello dei monaci del deserto egiziano, alcune generazioni dopo Origene – conferma involontariamente la stessa intuizione: il rapporto con Dio non si spezza a ogni caduta. Si ricostruisce pazientemente, come un tessuto che viene rammendato filo dopo filo.
«"Abbi fiducia, figlio mio" - le parole che precedono sempre il miracolo
Torniamo, per concludere questa seconda parte, alla scena del paralitico, perché contiene una lezione pratica che abbiamo troppo frettolosamente trascurato. Gesù dice: «Coraggio, figlio mio, i tuoi peccati ti sono perdonati» (Mt 9,2). Notate l'ordine delle cose: la parola di tenerezza e di perdono precede la guarigione fisica. Il corpo rimane paralizzato ancora per un istante, ma l'anima è già guarita.
Questo ci parla della nostra impazienza. Spesso vogliamo che Dio cominci a risolvere i nostri problemi visibili – malattie, difficoltà economiche, conflitti familiari – prima ancora di permetterci di entrare in un rapporto di fiducia con Lui. Origene, enfatizzando questa parola di appartenenza che precede il miracolo, ci invita a invertire quest'ordine nella nostra preghiera: ad accettare prima di tutto di essere chiamati "figli", a lasciarci amare per primi, anche prima che le nostre circostanze esterne cambino. Questo è un modo di pregare che richiede umiltà, perché presuppone che rinunciamo a misurare l'amore di Dio con il metro delle nostre soluzioni immediate.

Cosa cambia questa scala nel modo in cui guardiamo alla nostra vita spirituale
Questa meditazione ci offre soprattutto un modo per rileggere i nostri anni di vita cristiana senza giudicarli un fallimento solo perché sembrano ancora troppo vicini al servizio o alla stretta obbedienza. Origene ci ricorda che questa fase non è una mancanza, ma un passo necessario prima della successiva. Nessuno passa direttamente dal nulla alla fraternità con Cristo. C'è un cammino, paziente, a volte lento, a volte interrotto dalle nostre stesse difficoltà, ma sempre orientato verso questa meta: diventare non solo servi, ma figli.
Questo ci invita anche a guardare alle nostre relazioni umane sotto una nuova luce. Quando un bambino cresce e il rapporto con i genitori cambia, non significa mai una rottura, ma un approfondimento. Lo stesso vale per il nostro rapporto con Dio: non si tratta mai di "abbandonare" l'infanzia spirituale per un rapporto più freddo e distante, ma piuttosto di permettere a questa infanzia di maturare in una calda fraternità, incarnata da Cristo stesso, che non si è vergognato di chiamarci suoi fratelli dopo averci prima chiamato suoi figli.
Il pensiero di Origene su questo punto ha avuto una storia singolare all'interno della tradizione cristiana. A lungo dibattuto, talvolta persino guardato con sospetto a causa di altri aspetti più controversi della sua opera, questa precisa intuizione – la progressione da servo a figlio attraverso il discepolo – è tuttavia perdurata nei secoli e riappare, in varie forme, negli scritti di autori spirituali molto successivi, i quali parlano tutti, a modo loro, di una crescita interiore verso un'intimità sempre maggiore con Dio. Ciò che questo Padre della Chiesa alessandrina intuì già nel III secolo continua a illuminare il nostro cammino, venti secoli dopo, con una freschezza perenne.
A conclusione di questa meditazione, ci rimane una sola certezza, espressa da Origene con una semplicità quasi disarmante: non cessiamo mai di essere suoi figli quando diventiamo suoi fratelli. «Non è impossibile passare dallo stato di essere figlio di Gesù a quello di essere fratello di Gesù» (Commentario su San Giovanni 32, 368-374).
Lectio divina
«Andate dai miei fratelli e dite loro: "Io salgo al Padre mio e Padre vostro"» (Giovanni 20:17).
Dove ti trovi oggi su questa scala, tra servizio e fraternità? Ricordi il momento in cui l'obbedienza ha cominciato ad assomigliare all'amore? E se Cristo ti stesse già chiamando "fratello", anche se ti senti ancora così lontano da lui? Cos'è dentro di te che ancora resiste all'essere chiamato "figlio mio"?
Tu che con una parola sollevi i paralitici, ancor prima di guarire le loro gambe, sollevi anche me. Tu che chiamavi "figlia mia" colei che osava anche solo toccare la tua veste, rivolgi quella parola anche a me. Vengo a te ancora servo, a volte discepolo, raramente bambino. Ricreami con la tua risurrezione, come hai ricreato te stesso. Fammi diventare, un giorno, tuo fratello. Elevami al Padre tuo e mio.
Una mano tesa che si chiude non su un servo, ma su un fratello.
✝ Riferimenti biblici
4 brani · 3 libri
Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito. (Giovanni 3:16)
Il Vangelo della Parola: una teologia profonda dell'Incarnazione e dei segni di Gesù.
→ Esplora il Codice Giovanni- Ciò che rimane oggi sono la fede, la speranza e l'amore; ma la più grande di tutte è l'amore (1 Corinzi 12:31–13:13)
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- Ti saluta Marco, figlio mio (1 Pietro 5,5b-14)
- Uno di voi mi tradirà… Non canterà il gallo, prima che tu mi abbia rinnegato tre volte (Giovanni 13:21-33, 36-38)
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