Due terremoti, un atto di misericordia: la carità papale messa alla prova dalla simultaneità

Due terremoti, a dieci giorni di distanza l'uno dall'altro: come la carità di Leone XIV tenne unite Flores e la Colombia senza trascurare nessuna delle due.

Tramite il Bible Team
18 Minuti di lettura

Da Roma, un unico ufficio vaticano sta gestendo in questo momento due ferite aperte in due continenti distinti: le macerie ancora fumanti della Colombia, colpita dal terremoto di magnitudo 7.4 del 10 agosto, e le rovine ancora fresche dell'isola di Flores, colpita il 15 agosto da un sisma di magnitudo 7.7 che ha causato almeno cinquantatré morti e oltre centotrentacinque feriti. Non è una semplice coincidenza. È una sintesi, quasi brutale nella sua intensità, di ciò che concretamente significa la sollecitudine universale del successore di Pietro: una carità che non sceglie il proprio campo, che non privilegia un emisfero rispetto a un altro e che deve, in meno di dieci giorni, mobilitare due volte gli stessi meccanismi di solidarietà ecclesiale per due popoli uniti solo dalla stessa terra tremante e dalla stessa speranza cristiana.

Il 17 agosto, un telegramma firmato dal Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin giunse all'Arcivescovo Paulus Budi Kleden di Ende, sull'isola di Flores. In esso, Papa Leone XIV comunicava di aver appreso «con profonda tristezza» della devastazione causata dal terremoto nella provincia di Nusa Tenggara Orientale, esprimendo la sua «solidarietà spirituale» ai numerosi sfollati e feriti, e incoraggiando le autorità civili ed ecclesiastiche a proseguire la loro opera umanitaria. Quasi esattamente una settimana prima, un gesto analogo – questa volta accompagnato da una donazione concreta di centomila euro da parte del Dicastero per la Carità – era stato inviato alla Chiesa in Colombia in seguito al terremoto di magnitudo 7.4 che aveva colpito la parte occidentale e centrale del Paese il 10 agosto. Due gesti, due continenti, una mano tesa: è questa simultaneità che dovrebbe farci riflettere, perché rivela qualcosa di essenziale sulla natura della speranza cristiana di fronte al tremore del mondo.

Un'organizzazione benefica che non conosce pause

Il peso singolare di Flores

Flores non è come le altre isole indonesiane. In un arcipelago dove l'Islam è praticato da quasi l'88% della popolazione su 280 milioni di abitanti, quest'isola delle Piccole Isole della Sonda, insieme a Timor, è una delle poche roccaforti in cui il Cattolicesimo è la religione maggioritaria – tra il 70% e il 90% a seconda della zona, diretta eredità dell'evangelizzazione portoghese del XVI secolo. Conta circa tre milioni di cattolici su otto milioni di abitanti del paese, il che le è valso il soprannome di "cuore cattolico della nazione". È una terra povera – una delle più povere dell'Indonesia – ma paradossalmente fertile per le vocazioni religiose, con cinque seminari minori e oltre duecento istituti religiosi sparsi in un'area di poco più grande della Campania. Colpire Flores significa colpire al cuore una minoranza cristiana, ma vibrante, radicata in una geografia di vulcani e faglie sismiche permanenti.

Il telegramma papale, indirizzato specificamente all'arcivescovo Paulus Budi Kleden di Ende, non è quindi una mera questione di protocollo diplomatico. Riconosce la centralità spirituale di questa diocesi all'interno dell'ecosistema cattolico indonesiano, una diocesi che, proprio in questo momento, sta coordinando l'accoglienza di migliaia di sfollati che vivono in condizioni precarie. Nel telegramma stesso, il Papa invoca "benedizioni divine di consolazione e forza" sui defunti e su tutti coloro che sono stati colpiti, pregando esplicitamente per il personale di emergenza impegnato nelle operazioni di soccorso. Questa preghiera per i soccorritori – spesso trascurata nei commenti – merita di essere sottolineata: colloca l'atto umano del salvataggio all'interno di un'economia di grazia, come estensione visibile della carità divina stessa.

Colombia, una ferita ancora aperta

Solo dieci giorni prima, lo stesso meccanismo era stato messo in moto per la Colombia. Il terremoto del 10 agosto, di magnitudo 7.4 sulla scala Richter, aveva colpito diverse città nell'ovest e nel centro del paese, provocando la proclamazione di tre giorni di lutto nazionale da parte del governo colombiano. Papa Leone XIV chiese quindi al Dicastero per la Carità di inviare centomila euro alla Chiesa cattolica in Colombia. Questi fondi furono poi convogliati alla Segreteria Nazionale per la Pastorale Sociale – Caritas Colombia, designata come centro di coordinamento per la raccolta e la ridistribuzione degli aiuti alle diocesi più colpite. La dichiarazione della Conferenza Episcopale Colombiana specificava che tale somma costituiva "una risposta iniziale volta ad affrontare le situazioni di emergenza più urgenti", con la promessa di ulteriori aiuti man mano che si sarebbero individuate nuove necessità. Dieci giorni dopo, questa gestione umanitaria colombiana è tutt'altro che conclusa: continua parallelamente, all'ombra del terremoto in Indonesia, che a sua volta domina le notizie ecclesiastiche.

Questa sovrapposizione di calendari non è insignificante per la teologia della carità papale. Rivela una Chiesa che non chiude un capitolo di sofferenza per aprirne un altro, ma li tiene uniti simultaneamente, come un padre che non smette di vegliare sul figlio malato perché un altro è appena caduto. Questa duplice vigilanza, lungi dall'essere una diluizione dell'attenzione, al contrario la intensifica: dimostra che la sollecitudine papale non è un riflettore che si sposta da un punto all'altro del globo a seconda degli eventi, ma una luce fissa che abbraccia simultaneamente molteplici punti di sofferenza.

Il ruolo discreto del Dicastero per la Carità

Ciò che rende possibile questa duplice risposta è una struttura curiale recentemente riorganizzata. Storicamente nota come Elemosiniere Apostolico, questa istituzione è stata trasformata in Dicastero per la Carità da Papa Francesco attraverso la costituzione apostolica "Praedicate Evangelium". La sua missione è unica all'interno della struttura vaticana: mentre la maggior parte dei dicasteri si occupa di dottrina, diplomazia o amministrazione, questo distribuisce concretamente aiuti e assistenza in nome del Romano Pontefice, in particolare in caso di gravi calamità. Dal marzo 2026, il vescovo agostiniano spagnolo Luis Marín de San Martín presiede questa istituzione in qualità di Elemosiniere di Sua Santità, succedendo al cardinale Konrad Krajewski, nominato Arcivescovo Metropolita di Łódź.

Questo dettaglio biografico non è insignificante: Leone XIV, egli stesso membro dell'ordine agostiniano, scelse di affidare questo incarico strategico a un confratello agostiniano, segno della deliberata continuità spirituale tra il suo carisma religioso e la sua concezione dell'esercizio della carità papale. La costituzione "Praedicate Evangelium" specifica che questo dicastero concretizza "la sollecitudine e la vicinanza del Papa a coloro che vivono in condizioni di bisogno, emarginazione o povertà". È proprio questo meccanismo che, in dieci giorni, si è dovuto attivare due volte – prima per Bogotá e dintorni, poi per Flores – a dimostrazione che la struttura stessa è concepita per le emergenze ripetute, non per le eccezioni isolate.

Cosa rivela la simultaneità delle catastrofi sulla Provvidenza

La prova del silenzio di Dio di fronte alla terra tremante

Sarebbe facile, e teologicamente superficiale, fermarsi alla sola risposta emotiva. Ma i terremoti hanno sempre posto un interrogativo formidabile alla fede cristiana: dov'è Dio quando la terra stessa diventa instabile? Il profeta Isaia, in un oracolo famoso per la sua severità, osa scrivere: «Ecco, il Signore sta per devastare la terra e sconvolgerla; ne rovescerà la superficie e ne disperderà gli abitanti» (Isaia 24,1). Questo testo, raramente meditato al di fuori degli ambienti accademici, non dovrebbe essere letto come una teologia punitiva ingenua – la Chiesa ha da tempo respinto l'idea che ogni catastrofe naturale sia una punizione mirata – ma come un riconoscimento dell'intrinseca fragilità del creato stesso, soggetto fin dalla Caduta a un disordine che lo influenza persino nelle sue fondamenta geologiche. San Paolo, nella Lettera ai Romani, formula questa intuizione in modo più sereno ma altrettanto radicale quando evoca "tutta la creazione" che "geme e soffre le doglie del parto" (Rom 8,22) – un testo che la teologia contemporanea reinterpreta proprio alla luce delle catastrofi naturali, senza mai vederlo come un atto di vendetta divina, bensì come il segno di un'attesa cosmica di redenzione.

Questa interpretazione cambia radicalmente il modo in cui riceviamo il telegramma papale. Leone XIV non parla come un giudice, ma come un padre che piange con chi piange. Il suo «profondo dolore», lungi dall'essere una vana formalità, si inserisce in una lunga tradizione patristica e magisteriale che vede la compassione papale come una diretta estensione della compassione di Cristo per il defunto Lazzaro, o per Gerusalemme, che egli compiange. Il profeta Abacuc, in un lamento meno citato rispetto ai salmi di lamento più comuni, invoca Dio con un’intensità che risuona in modo particolarmente forte oggi: «La terra tremò, le nazioni furono terrorizzate» (Ab 3,6). Questo verso, tratto da un inno quasi apocalittico in cui il profeta contempla la manifestazione del potere divino attraverso sconvolgimenti cosmici, non dovrebbe essere strumentalizzato come prova di un intervento divino punitivo, ma accolto come espressione di una tradizione biblica che non elude mai la realtà del terremoto, integrandola in una teologia della storia in cui Dio rimane sovrano anche quando la terra sembra sfuggire a ogni controllo umano.

La doppia simultaneità come segno di una Chiesa cattolica nel senso più pieno.

La parola "cattolico" significa universale. Raramente questa universalità è stata messa alla prova in modo così concreto come in questi ultimi dieci giorni di agosto. Una Chiesa veramente cattolica non può permettersi di affrontare le emergenze mondiali in modo sequenziale, come potrebbe fare un'organizzazione con risorse limitate costretta a stabilire delle priorità. Al contrario, deve dimostrare la sua capacità di sopportare simultaneamente il peso di due crisi continentali senza che l'una venga sacrificata all'altra. Questo è precisamente ciò che rivela la gestione parallela delle crisi in Colombia e Indonesia: due buste di carità, due telegrammi, due arcivescovi destinatari – l'arcivescovo Paulus Budi Kleden per Ende e i vescovi colombiani coordinati dalla loro conferenza episcopale – ma un'unica fonte, quella dello stesso dicastero romano, animata dalla stessa sollecitudine pastorale.

Questa duplice mobilitazione illustra anche una verità spesso trascurata: la carità papale non aspetta che i media di tutto il mondo si concentrino su una catastrofe prima di agire, né la abbandona non appena l'attenzione pubblica si sposta altrove. Mentre ora gli occhi sono puntati su Flores, gli aiuti colombiani continuano il loro cammino verso le diocesi devastate, con una discrezione che è di per sé una forma di fedeltà. L'apostolo Giacomo, nella sua epistola molto concreta sulla fede dimostrata dalle opere, scrive una frase che sembra fatta su misura per questo preciso momento: «Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e senza il necessario per il sostentamento quotidiano, e uno di voi dice loro: «Andate in pace, riscaldatevi e saziatevi», senza dare loro ciò che è necessario al corpo, a che serve?» (Giacomo 2,15-16). Questo passo, meno eclatante delle grandi parabole evangeliche ma di formidabile urgenza, condanna proprio la carità verbale senza una traduzione materiale – ed è esattamente ciò che il dicastero vaticano sta cercando di evitare trasformando ogni telegramma di solidarietà in un reale flusso finanziario verso le Caritas locali.

Flores, terra di vocazioni, terra di prove: una teologia della povertà resiliente

C'è una dolorosa ironia nel vedere questo sciopero proprio nella regione che, in tutto l'arcipelago indonesiano, incarna più intensamente la vitalità cattolica. Flores, dove solo il 15% della popolazione partecipa alla Messa settimanalmente ma dove il 70% si identifica come cattolico, e dove si contano oltre duecento istituti religiosi in un territorio minuscolo, è anche una delle regioni più povere del paese. Questa coesistenza di povertà materiale e ricchezza di vocazioni non è un paradosso casuale nella storia del cristianesimo: riflette una costante intuizione biblica, quella di un'elezione divina che non favorisce mai i potenti. Il Salmo 113, in un versetto che la liturgia spesso associa al Magnificat ma che conserva una propria forza, proclama che Dio «solleva il povero dalla polvere, solleva il bisognoso dal letamaio» (Salmo 113,7). Quest'immagine di cenere è suggestiva se si pensa alle rovine di Flores: è proprio da questa polvere, letterale stavolta, che la carità della Chiesa si sforza oggi di far sorgere un popolo.

Padre Luigi Galvani, missionario camilliano sull'isola, aveva descritto Flores come una terra che, nonostante la povertà materiale, si contraddistingue per una «particolare ricchezza» legata alla sua maggioranza cattolica. Questa ricchezza spirituale non nega certo l’attuale emergenza materiale – cinquemila sfollati, villaggi devastati, un allarme tsunami che ha aggiunto panico alla distruzione – ma getta luce su come la Chiesa universale debba ora accompagnare questa comunità: non come mera destinataria passiva di aiuti esterni, ma come Chiesa locale la cui resilienza spirituale ha sempre saputo trasformare la precarietà in fecondità missionaria. È questa dialettica tra fragilità materiale e fecondità spirituale che il cardinale Pietro Parolin ha implicitamente riconosciuto indirizzando il telegramma direttamente all’arcivescovo locale anziché limitarsi a una dichiarazione generica: un gesto di vicinanza ecclesiale, non di mera compassione diplomatica.

È opportuno inoltre sottolineare che questo disastro si è verificato in un contesto regionale in cui l'arcipelago indonesiano, situato sulla Cintura di fuoco del Pacifico, è soggetto a un'attività sismica pressoché costante. Il terremoto del 15 agosto, il cui epicentro si trovava in mare a nord-est di Nagekeo a una profondità di dieci chilometri, è stato seguito da un allarme tsunami che ha aggiunto un'ulteriore dimensione di emergenza immediata al panico collettivo, costringendo all'evacuazione di intere popolazioni verso zone più elevate. In questo contesto, le parole del Papa assumono un significato ancora più profondo: non solo offrono conforto a posteriori, ma sostengono anche una popolazione che vive ancora sotto la minaccia di scosse di assestamento e di ulteriori tsunami.

Lectio divina

📜
Lectio — Lettura

«Tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad ora.» Romani 8:22.

🧠
Meditatio — Per meditare

Hai visto la terra tremare a migliaia di chilometri da casa, eppure qualcosa dentro di te si è mosso. Cos'è che geme, in questo preciso istante, nella tua stessa vita, senza che tu ancora sappia verso quale rinascita ti stia conducendo? Puoi credere che questo gemito, il tuo così come quello della terra indonesiana, non sia un grido senza destinatario? Cosa faresti se sapessi, con certezza, che questo gemito è già stato ascoltato?

🙏
Orazione — Pregare

Vedete la terra spaccarsi, Signore, e le case di Flores crollare su se stesse. Voi che non abbandonate mai la creazione al suo stesso smarrimento, tenete per mano le madri che cercano i loro figli sotto le macerie. Siate il terreno stabile sotto i piedi di coloro che non hanno più terra. Fate delle nostre ceneri un luogo di rinnovamento. Che ogni euro inviato, ogni preghiera sussurrata, diventi per loro un segno che non vi siete allontanati. Fate nascere in loro, attraverso questo dolore, una nuova speranza.

Contemplatio: contemplare

Una mano tesa sulla polvere ancora tiepida, e in lontananza, il mare che lentamente si ritira verso la sua calma.

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5 brani · 5 libri
Abacuc
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Abacuc · VII secolo. av. · 56 versi

I giusti vivranno per la loro fede. (Abacuc 2:4)

Dialogo con Dio sulla sofferenza degli innocenti e sulla giustizia divina.

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Isaia
📖 Codice — Libro biblico

Isaia (e la scuola isaiana) · VIII-VI secolo a.C. · 1292 versetti

Egli ci ha donato un figlio, un figlio ci è stato dato. (Isaia 9:5)

Il grande profeta della salvezza: giudizio, consolazione e annuncio del Servo sofferente.

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Salmi
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Davide e vari autori · X-IV secolo a.C. · 2461 versi

Il Signore è il mio pastore: non mi mancherà nulla. (Salmo 23:1)

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