Efraim sotto assedio: cosa disse Leone XIV quando diede il nome alla Cisgiordania

Efraim sotto assedio: Leone XIV chiede la fine delle violenze in Cisgiordania, seguendo l'esempio del cardinale Pizzaballa a Taybeh.

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Giovanni 11, 54

54Perciò Gesù non si mostrerà più in pubblico tra i Giudei, ma si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efrem, et là rimase con i suoi discepoli.

Dietro la parola "Taybeh" si cela un nome biblico: Efraim. È lì, in questa città ora isolata dall'esercito israeliano e circondata da coloni, che il Vangelo colloca l'ultimo rifugio di Cristo prima della sua Passione: "Non si aggirava più apertamente tra i Giudei, ma si ritirò nella regione desertica vicina, in una città chiamata Efraim, e là rimase con i suoi discepoli" (Giovanni 11,54). Questo versetto, a lungo interpretato come un mero dettaglio topografico nel racconto della resurrezione di Lazzaro, assume a metà agosto 2026 una risonanza che nessun commentatore avrebbe osato profetizzare: l'ultimo villaggio interamente cristiano della Cisgiordania, l'antica Efraim, è diventato a sua volta un luogo di rifugio, di nascondiglio, di attesa che la violenza si plachi.

Il 16 agosto, da Piazza della Libertà a Castel Gandolfo, il giorno dopo la festa dell'Assunzione, Leone XIV pronunciò parole che rompevano con la consueta cautela diplomatica della Santa Sede. «Rinnovo il mio appello per la fine delle ripetute violenze contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania», dichiarò, aggiungendo di «esortare la comunità internazionale a garantire progressi verso la soluzione dei due Stati, al fine di raggiungere una pace giusta e duratura». Non si trattava più di un'allusione. Era una richiesta, pronunciata pubblicamente, di domenica, davanti ai pellegrini, subito dopo l'appello del 26 luglio, in cui aveva già denunciato «la persistenza e l'escalation della violenza in Terra Santa» a Gaza e in Cisgiordania. Questo cambiamento retorico del pontefice americano, solitamente misurato nelle sue dichiarazioni geopolitiche, merita di essere esaminato con la serietà che richiede.

Efraim, la città del ritiro

Cosa dice Taybeh sulla Terra Santa oggi

Taybeh non è un villaggio qualunque. È l'unico in tutta la Cisgiordania ad essere rimasto interamente cristiano, un'isola di tre parrocchie – latina, greco-ortodossa e melchita – incastonata tra le colline a est di Ramallah, proprio sulle rovine dell'antica Efraim menzionata nel Vangelo di Giovanni. Per mesi, gli abitanti hanno sopportato quello che il parroco della parrocchia latina, padre Bashar Fawadleh, descrive come un "clima di paura" deliberatamente alimentato dai coloni israeliani negli insediamenti vicini: intimidazioni notturne, occupazione di terreni agricoli, incendi di veicoli, un tentativo di incendio doloso contro una vecchia chiesa, graffiti minacciosi e bestiame liberato o rubato. Il 5 agosto, i coloni hanno fatto irruzione nella casa di una famiglia della parrocchia; secondo padre Fawadleh, questo "non è stato un episodio isolato".

Di fronte a questa escalation, il 9 agosto l'esercito israeliano ha dichiarato che Taybeh e il vicino villaggio di Rammun sarebbero diventati una "zona militare chiusa", interdetta ai cittadini israeliani e agli stranieri, compresi giornalisti e osservatori internazionali, ma non ai palestinesi stessi. Ufficialmente, il provvedimento era inteso a proteggere la popolazione civile dagli attacchi dei coloni. In realtà, ha avuto l'effetto opposto: i residenti hanno riferito che gli attacchi sono continuati anche dopo la chiusura, in particolare contro la famiglia Naif al-Kaabneh, che è stata ripetutamente aggredita a est del villaggio, mentre l'isolamento della zona ha impedito agli attivisti solidali e ai media di testimoniare. Il cordone, presentato come un baluardo, si è rivelato una cupola di vetro sotto la quale la violenza continua, ma senza testimoni.

La visita del cardinale Pizzaballa a Efraim assediata

È in questo contesto che il Patriarca latino di Gerusalemme, il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, si è recato a Taybeh sabato 15 agosto, proprio alla vigilia dell'Angelus papale, per celebrare la Messa dell'Assunzione nella Chiesa latina di Cristo Salvatore, accompagnato da padre Bashar Fawadleh e padre Davide Meli. Davanti a una comunità provata ma al contempo dignitosa, il Cardinale ha pronunciato una frase che risuona più forte di qualsiasi comunicato diplomatico: «Continueremo a fare tutto ciò che è in nostro potere per preservare la presenza della Chiesa qui, a ogni livello, in tutta la Terra Santa». Ha esortato i fedeli a rimanere coraggiosi, ricordando loro che «il potere del male non è assoluto». Questa affermazione, con la sua quasi agostiniana sobrietà, merita una riflessione: non nega la realtà del male che si è abbattuto su Taybeh; afferma semplicemente che non ha l'ultima parola.

Questa visita del patriarca, avvenuta poche ore prima del discorso del Papa a Castel Gandolfo, dimostra una continuità d'azione tra il successore degli apostoli a Gerusalemme e il Vescovo di Roma. È significativo che Leone XIV abbia scelto di parlare il giorno dopo questa Messa celebrata nel villaggio assediato: il pontefice non commentava un evento lontano, ma faceva eco a un gesto pastorale concreto, compiuto sul campo, da colui che si prendeva cura direttamente di questo gregge. Le parole del Papa mettono dunque radici, con grande precisione, nella carne stessa di una comunità nominata, visitata e accolta.

Dall'allusione alla richiesta: una deliberata escalation retorica

Occorre considerare la differenza tra i due interventi papali di luglio e agosto. Il 26 luglio, Leone XIV parlò in termini generali della "persistenza e del peggioramento della violenza in Terra Santa", accomunando Gaza e la Cisgiordania in un unico lamento. Il 16 agosto, la formulazione cambiò: il Papa non si limitò più a lamentarsi, ma esigette. Rinnovò il suo appello per la fine della violenza – un verbo autorevole, non di generica compassione – e invitò "con urgenza" la comunità internazionale ad agire per una soluzione a due Stati. Il linguaggio diplomatico della Santa Sede, solitamente studiato per placare tutte le parti, cedette il passo a un discorso diretto, quasi perentorio.

Questo cambiamento di tono si spiega con l'accumulo di eventi sul campo nelle tre settimane precedenti: la costruzione di un avamposto illegale a Jabal al-Massis, annunciata all'inizio di luglio; il raid nella casa della famiglia Fawadleh il 5 agosto; il blocco militare del 9 agosto, che non ha fermato nulla; e gli ulteriori attacchi dell'11 agosto contro la famiglia al-Kaabneh. Ogni settimana ha fornito ulteriori prove dell'inefficacia delle misure di sicurezza annunciate. Il Papa, cambiando tono, non si sta quindi limitando alla mera retorica: sta reagendo a una realtà che sta peggiorando sotto i suoi occhi, nonostante le misure ufficialmente previste per contenerla.

Questa progressione nel linguaggio papale evoca, attraverso un collegamento tutt'altro che artificioso, il modo in cui i profeti d'Israele alzarono la voce quando l'ingiustizia divenne sistemica. Il profeta Michea, rivolgendosi ai capi che stavano spogliando gli umili delle loro terre, non usò mezzi termini: «Guai a coloro che tramano la malvagità e tessono il male sui loro letti! All'alba lo mettono in atto, perché ne hanno il potere. Desiderano i campi e se ne impadroniscono, le case e se ne impossessano» (Michea 2,1-2). Questo testo, risalente a ventisette secoli fa, descrive con inquietante precisione il meccanismo stesso dell'espropriazione dei terreni agricoli a Taybeh, dove 1.500 dei 2.400 ettari del villaggio si trovano nell'Area C, la stessa area che l'ala più radicale del governo israeliano sta cercando di annettere. La denuncia profetica non è un motivo letterario invocato per convenienza: è la grammatica stessa che la Chiesa riscopre, quasi suo malgrado, quando si imbatte in una confisca metodica della terra di un popolo.

La soluzione dei due Stati come requisito teologico, non solo politico.

Perché il Papa parla di geopolitica da teologo

Si potrebbe essere tentati di interpretare l'appello di Leone XIV come una mera posizione diplomatica, in linea con la dottrina della Santa Sede, consolidata da decenni, a favore della coesistenza pacifica di due Stati sovrani, Israele e Palestina. Questo significherebbe però non cogliere il punto essenziale. Quando un papa invoca "una pace giusta e duratura", non parla semplicemente come capo di Stato del Vaticano: parla come pastore universale che si rifiuta di permettere che la geografia sacra diventi luogo di espropriazione. La Terra Santa non è, per la Chiesa cattolica, un territorio come un altro: è il luogo in cui il Verbo si è fatto carne, dove ogni collina, ogni villaggio, ogni sorgente porta con sé la memoria dell'Incarnazione. Che questo luogo diventi teatro di una silenziosa espulsione dei suoi abitanti cristiani costituisce, per Roma, una ferita che colpisce l'integrità stessa del mistero cristiano.

Questo concetto era già stato richiamato, con rinnovata chiarezza nel contesto attuale, dalla lettura evangelica su cui Leone XIV aveva commentato quella stessa domenica prima di pronunciare il suo appello: il Vangelo della donna cananea (Mt 15,21-28), in cui il Papa sottolineava che la Chiesa deve rimanere aperta all'azione di Dio "al di là dei confini già tracciati" e che la fede cristiana rende "insopportabili le disuguaglianze, le discriminazioni e le barriere" che violano la dignità umana. La scelta di questo testo, alla vigilia del suo appello per la Cisgiordania, non era casuale: la donna cananea, straniera e disprezzata, ottiene da Gesù la guarigione della figlia proprio perché si rifiuta di lasciare che i confini etnici e religiosi abbiano l'ultima parola sulla misericordia. Collegando questo Vangelo alle "barriere" che feriscono la dignità umana, il Papa indica, senza mai nominarle esplicitamente, il sistema di zone, checkpoint e cordoni militari che ridisegna la mappa della Cisgiordania ogni settimana.

Il silenzio della terra e la voce che deve levarsi

All'interno del corpus profetico, esiste un testo meno citato che getta una luce particolare sulla situazione di Taybeh: quello di Abacuc, che denuncia la violenza causata dall'accumulo di beni rubati. «Guai a chi accumula ricchezze illecite per la sua casa, per porre il suo nido in alto, sperando di sfuggire alla calamità! [...] Perché la pietra griderà dalle mura e la trave gli risponderà» (Ab 2,9.11). Questa immagine della pietra che grida, della trave che testimonia contro l'ingiustizia, trova un'eco quasi letterale nei racconti di Taybeh: le case stesse, i campi bruciati, le greggi disperse diventano i testimoni silenziosi – eppure gridanti – di un'espropriazione in corso. Quando la voce umana viene messa a tacere dalla paura o dall'isolamento, sono le pietre, dice il profeta, a parlare. La chiusura militare di Taybeh a giornalisti e testimoni esterni ha proprio questa formidabile funzione: mettere a tacere le pietre impedendo che vengano udite.

Questo potrebbe spiegare la ritrovata fermezza del Papa. Quando i consueti canali di testimonianza si chiudono, quando alcune aree vengono dichiarate "zone militari" per proteggere la popolazione, spetta al Vescovo di Roma dare voce a coloro che non possono più essere ascoltati. Questo ruolo non è nuovo nella tradizione della Chiesa: è quello del profeta che, secondo le parole di Ezechiele, deve essere posto come "sentinella" per la casa d'Israele e che porterà la responsabilità dello spargimento di sangue se tacerà di fronte al pericolo predetto (Ezechiele 33,6-7). Leone XIV, ormai rifiutando la mera allusione in favore di richieste esplicite, assume questo ruolo di sentinella che rifiuta il silenzio complice.

Una diplomazia a due facce: Gerusalemme e Mosca

Ciò che conferisce pieno significato all'intervento del 16 agosto è il calendario diplomatico in cui si inserisce. Quattro giorni dopo, dal 25 al 28 agosto secondo le informazioni più recenti, l'arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario della Santa Sede per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, è atteso a Mosca: la prima visita di un funzionario di tale rango nella capitale russa dall'elezione di Leone XIV, e una delle poche dallo scoppio della guerra in Ucraina nel febbraio 2022. Il Vaticano non si esprime quindi su un solo fronte: nello stesso mese, mette in atto una diplomazia delle parole che abbraccia sia il Medio Oriente che l'Europa orientale, la Cisgiordania e l'Ucraina, due teatri in cui le popolazioni civili pagano il prezzo di una geopolitica che sfugge al loro controllo.

Questa simultaneità non è una coincidenza temporale: rivela un metodo. La Santa Sede rifiuta la gerarchia della sofferenza. Non dedica le sue energie diplomatiche a una singola crisi a scapito delle altre, ma mantiene aperti i canali, simultaneamente, con Gerusalemme, Tel Aviv, Ramallah e Mosca. Si tratta di una diplomazia di ubiquità pastorale, che si rifiuta di permettere che una vittima venga dimenticata a favore di un'altra, più pubblicizzata. Il Papa che il 16 agosto ha chiesto la fine delle violenze in Cisgiordania è lo stesso che, pochi giorni dopo, ha inviato il suo più alto diplomatico a discutere di "altre gravi crisi umanitarie" con le autorità russe – un gesto che presuppone pari pazienza e coraggio, poiché implica parlare con coloro che potrebbero essere ritenuti responsabili del male, senza mai abbandonare la richiesta di giustizia.

Ciò che il silenzio di Gerusalemme non dice

Occorre precisare, per completezza, che la situazione di Taybeh si inserisce in un contesto più ampio in cui l'attenzione internazionale si è concentrata principalmente su Gaza, lasciando la Cisgiordania in una sorta di oscurità mediatica. È proprio questa oscurità che il Papa, con la sua rinnovata insistenza, cerca di squarciare. Collegando esplicitamente la Cisgiordania alla necessità di una soluzione a due Stati – e non semplicemente a un cessate il fuoco temporaneo – Leone XIV si rifiuta di considerare il destino di Taybeh come un incidente locale. Lo collega all'architettura politica complessiva che sola può porre fine, in modo strutturale, alla logica di colonizzazione e di annessione di fatto che affligge il 60% del territorio della Cisgiordania classificato come Area C.

Questa insistenza riecheggia un'intuizione che l'apostolo Paolo espresse in un contesto completamente diverso, ma la cui portata universale illumina la situazione attuale: «Nessuno cerchi il proprio interesse, ma quello degli altri» (1 Corinzi 10,24). La logica della colonizzazione, come descritta nelle testimonianze di Taybeh, è proprio l'opposto di questo precetto paolino: è la ricerca sistematica dell'interesse personale – espansione territoriale, controllo delle risorse agricole, creazione di avamposti – a totale discapito degli interessi altrui, in questo caso, delle famiglie cristiane e musulmane della Cisgiordania che vedono la loro terra, le loro case e il loro futuro ridursi di anno in anno. La soluzione dei due Stati auspicata dal Papa non è quindi un mero quadro diplomatico: è, nel suo stesso principio, l'espressione politica di un precetto evangelico che rifiuta l'idea che la sopravvivenza di un popolo debba essere costruita sull'espropriazione di un altro.

Lectio divina

📜
Lectio — Lettura

«Si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, e là rimase con i suoi discepoli». Giovanni 11:54

🧠
Meditatio — Per meditare

Cosa faresti se la tua casa diventasse improvvisamente una zona chiusa, un luogo in cui entri ma da cui non puoi uscire liberamente? Cristo stesso conosceva questa geografia del ritiro, questo bisogno di nascondersi per sopravvivere ancora un po'. Cosa resta della tua fede quando la terra stessa sembra stringersi intorno a te come una trappola? Hai il coraggio di credere che il ritiro in Efraim non sia stata una sconfitta, ma l'attesa di un'ora ancora da venire? Dove ti ritiri quando il mondo diventa troppo ostile per camminarci a volto scoperto?

🙏
Orazione — Pregare

Tu hai conosciuto, Signore, la città del nascondiglio. Hai camminato su questa stessa terra che ora trema sotto il peso degli stivali e del fuoco. Guarda Taybeh, guarda i suoi ulivi sradicati, i suoi bordelli, i suoi bambini che non osano più uscire. Tu che ti ritirasti in Efraim con il tuo popolo, rimani con coloro che ancora vi abitano. Concedi loro la tua pazienza del deserto, la tua certezza che l'ora della sconfitta non è ancora giunta. Possa la pietra che piange trovare finalmente un orecchio che l'ascolti.

Contemplatio: contemplare

Una lampada a olio tremola in una finestra di pietra, l'unica luce sulla collina assediata di Efraim.

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