Il sale che non deve sciogliersi: i cristiani orientali nelle mani di Leone XIV

Leone XIV riceve il presidente libanese mentre i villaggi cristiani del Levante bruciano: il sale della terra resiste ancora?

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17 Minuti di lettura

Giovedì 20 agosto 2026, alle 9:30 del mattino, il presidente libanese Joseph Aoun ha varcato per la terza volta la soglia del Palazzo Apostolico in Vaticano. Nulla nel silenzio di questa udienza privata lasciava presagire l'urgenza che, a quell'ora, gravava sulle colline del Libano meridionale, dove i sacerdoti continuano a seppellire i propri parrocchiani sotto le macerie di un cessate il fuoco che non è mai veramente cessato. Questo è infatti l'insopportabile paradosso di questo incontro: si discute di pace in un salone dorato, mentre a poche centinaia di chilometri di distanza interi villaggi – Ain Ebel, Rmeish, Qlayaa, Sarba – vivono isolati, indifesi, sotto la minaccia di un'artiglieria che non fa distinzione tra un combattente e il campanile di una chiesa.

Qualche mese fa, padre Pierre el-Raï, parroco di Qlayaa, è stato ucciso dal fuoco dell'artiglieria israeliana per essersi rifiutato, come tanti altri, di abbandonare la sua chiesa e i suoi parrocchiani. La sua morte non è solo un altro episodio nella lunga litania delle vittime di questa guerra: è il segno più evidente che la presenza cristiana nel Levante, già minoritaria, già indebolita da decenni di esodo, ha ormai raggiunto un punto di non ritorno. Ed è proprio questa realtà – la scomparsa pianificata di una presenza millenaria – a conferire all'udienza di giovedì il suo vero peso. Non un semplice esercizio diplomatico, ma un atto di moderazione dell'ultimo minuto, una mano tesa verso ciò che minaccia di svanire.

Una terra che viene svuotata, un cessate il fuoco che non offre alcuna protezione

Gli ultimi villaggi cristiani del Libano meridionale

Solo quattro villaggi cristiani rimangono in quella che gli abitanti chiamano ormai la "zona rossa", la striscia di territorio al confine con Israele da cui l'esercito libanese si è ritirato e dove, in termini umani, nulla protegge più i civili. Ad Ain Ebel, le case sono state rase al suolo una dopo l'altra, non per caso, ma per la logica stessa di un'offensiva che mira, oltre a Hezbollah, a un intero territorio che Israele vuole svuotare fino al fiume Litani, rappresentando quasi l'otto percento della superficie terrestre del Libano. I circa settemila abitanti che vivono ancora in questa zona occupata dipendono, per gli spostamenti o i rifornimenti, dai permessi rilasciati dallo stesso esercito israeliano: un'umiliazione quotidiana che trasforma la vita ordinaria in una continua supplica.

Un convoglio umanitario dell'organizzazione Œuvre d'Orient, accompagnato da giornalisti, non è riuscito di recente nemmeno a raggiungere Ain Ebel per mancanza di autorizzazione. Un funzionario locale ha riassunto la situazione con agghiacciante chiarezza: il cessate il fuoco non ha cambiato nulla; i bombardamenti e i cannoneggiamenti continuano quotidianamente intorno al villaggio e le forze israeliane fanno ciò che vogliono in questo territorio. Questa affermazione, pronunciata senza esagerazione, dice molto sull'abisso che separa le dichiarazioni ufficiali che annunciano una tregua dalla realtà vissuta dalle popolazioni abbandonate al loro destino, intrappolate nel fuoco incrociato di cui non sono né carnefici né beneficiarie.

Sarba, simbolo di un confine che si ritira ogni giorno di più

Il giugno 2026 ha segnato una svolta simbolica: per la prima volta, Sarba, un villaggio a maggioranza cristiana nel governatorato di Nabatieh, è stato incluso tra le ventinove località colpite da un ordine di evacuazione israeliano. Questo evento, apparentemente di natura amministrativa, segnala in realtà un preoccupante cambiamento: la linea del fronte sta avanzando costantemente verso nord e i villaggi cristiani, a lungo considerati relativamente distanti dai combattimenti più intensi, si trovano ora direttamente sulla traiettoria della guerra. Decine di località nel Libano meridionale sono state rase al suolo con esplosivi e bulldozer dall'esercito israeliano, tra cui villaggi come Khiam, Taybeh – un nome inquietante che richiama quello del villaggio in Cisgiordania – e Adchit.

Secondo i dati raccolti da Caritas Libano, cinquantasei villaggi sono stati evacuati e duecentoventuno raid aerei hanno colpito aree come Baalbek-Hermel, la valle della Bekaa, Nabatiyeh, Sidone e Tiro, provocando un afflusso di sfollati a Beirut che ha travolto le capacità di accoglienza esistenti. È fondamentale comprendere cosa rappresenti la perdita di un singolo villaggio per una comunità già minoritaria in un Paese multiconfessionale: non si tratta mai solo di una perdita territoriale, ma della cancellazione di un patrimonio liturgico, di un cimitero, di un campanile che ha risuonato per secoli. Il profeta Isaia, rivolgendosi a un popolo in esilio, disse: «Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio» (Isaia 40,1). Questa consolazione, oggi, non può essere soddisfatta con le parole: richiede presenza, pressione, protezione concreta – che la Santa Sede sta cercando di ottenere attraverso i canali diplomatici più discreti.

L'udienza di Leone XIV, terzo atto di una diplomazia di presenza

Un papa che segue la questione libanese sin dalla sua elezione

Quest'udienza del 20 agosto 2026 non è un gesto isolato: si inserisce in una paziente continuità che Leone XIV ha costruito con il Libano sin dalla sua ascesa al soglio pontificio. Joseph Aoun aveva già salutato il nuovo papa il 18 maggio 2025, durante la messa di insediamento in Piazza San Pietro, e aveva poi ottenuto una prima udienza privata il 13 giugno dello stesso anno, alla presenza del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede. Il presidente libanese aveva quindi esteso un invito ufficiale al papa a visitare il Libano, definendolo un forte messaggio di conforto per tutti i libanesi – un invito accolto nel dicembre 2025, quando la Terra dei Cedri ha dato il benvenuto a Leone XIV sul suo suolo.

Tra questi due incontri, il Nunzio Apostolico in Libano, l'Arcivescovo Paolo Borgia, ha compiuto nel marzo 2026 due viaggi in alcuni villaggi del Libano meridionale, in particolare in quelli a maggioranza cristiana, alcuni dei cui abitanti erano rimasti nonostante gli ordini di evacuazione. Ha affermato che il Papa stava seguendo da vicino la situazione degli sfollati e intendeva fornire loro un aiuto concreto. Questa dichiarazione, rilasciata dal rappresentante stesso della Santa Sede sul campo, illumina il profondo significato dell'udienza di giovedì: non si tratta di un mero rituale di protocollo, ma del culmine visibile di un monitoraggio continuo, condotto dietro le quinte per mesi, attraverso i canali diplomatici più efficaci.

Cosa sta realmente accadendo nell'ufficio del Papa?

L'udienza di giovedì si svolge nel contesto di negoziati particolarmente difficili tra Israele e Libano, mentre il sud del Paese continua a subire attacchi mortali nonostante l'accordo di cessate il fuoco sia teoricamente in vigore. Per il presidente Aoun, questo incontro assume una dimensione quasi esistenziale: egli cerca, secondo le sue stesse parole, il sostegno del leader spirituale del popolo libanese in un momento in cui i canali diplomatici tradizionali sembrano bloccati. Ciò evidenzia la misura in cui la figura papale conserva, persino in un Medio Oriente a maggioranza musulmana secolarizzato dalle dinamiche geopolitiche, un'autorità morale che né Washington né le capitali europee sono state in grado di incarnare allo stesso modo.

Secondo una prassi ormai consolidata, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, dovrebbe ricevere il presidente libanese dopo l'udienza papale, per discutere ulteriormente delle prospettive future del Paese e del sostegno internazionale che potrà contare. Questa struttura a due livelli – l'udienza spirituale del Papa seguita da un incontro più tecnico con la Segreteria di Stato – illustra come il Vaticano articola il suo messaggio profetico e la sua azione diplomatica concreta. L'apostolo Paolo scrisse ai Corinzi: «Noi siamo ambasciatori di Cristo» (2 Cor 5,20) – una formula che, applicata alla nunziatura e alla Segreteria di Stato, assume un significato particolare: ogni udienza, ogni visita sul campo, ogni dichiarazione pubblica del Papa sul Libano si inserisce in questo ministero di ambasciatore al servizio di un popolo che si sente abbandonato.

Taybeh, Terra Santa e la chiamata profetica del Patriarca Pizzaballa

Un villaggio che resiste da oltre un anno

Il caso di Taybeh, nella parte centrale della Cisgiordania occupata, rimane il simbolo più doloroso di questa fragilità cristiana nel Levante. Questo villaggio di circa 1.500 abitanti, quasi tutti cristiani, è stato oggetto per oltre un anno di una serie incessante di attacchi da parte dei coloni israeliani: veicoli incendiati, graffiti d'odio dipinti sui muri e terreni agricoli distrutti. Il 7 luglio 2025, un incendio è stato appiccato deliberatamente vicino al cimitero del villaggio e alla chiesa bizantina di San Giorgio, uno degli edifici religiosi più antichi della Palestina, risalente al V secolo. I sacerdoti delle tre confessioni cristiane presenti a Taybeh – greco-ortodossa, latina e greco-cattolica melchita – hanno rilasciato una dichiarazione congiunta insolitamente forte, denunciando questa violenza e chiedendo un'indagine indipendente, una concreta pressione diplomatica e l'invio di delegazioni ecclesiastiche nella zona.

Un abitante di Taybeh, citato dalla stampa, ha descritto un'esistenza in cui si è "terrorizzati di notte, assediati di giorno": un'espressione che potrebbe altrettanto facilmente applicarsi ai villaggi del Libano meridionale menzionati in precedenza. Questa convergenza non è casuale: delinea i contorni di un'unica tragedia che colpisce, in due distinti scenari del Medio Oriente, le stesse comunità minoritarie, intrappolate nella logica di una guerra che non appartiene loro. Il Libro delle Lamentazioni, composto all'indomani della distruzione di Gerusalemme, trova qui un'eco inaspettata: "Guarda, Signore, e considera la mia afflizione" (Lam 1,20), un grido che non è più solo quello di un'antica città, ma il grido reale degli abitanti di Taybeh e di Rmeish.

Lettera pastorale del cardinale Pizzaballa: una teologia della presenza

È in questo contesto che la lettera pastorale pubblicata il 25 aprile 2026 dal Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, assume il suo pieno significato teologico. Intitolata con un versetto del Vangelo di Luca che evoca il gioioso ritorno dei discepoli a Gerusalemme, questa lettera rifiuta categoricamente di ridurre i cristiani della Terra Santa a un ruolo neutrale di cuscinetto tra israeliani e palestinesi. Il Cardinale Pizzaballa scrive, con una chiarezza che contrasta nettamente con la consueta cautela diplomatica della Santa Sede, che i cristiani non sono una terza parte indesiderabile, né un gruppo separato dai loro fratelli non cristiani, ma piuttosto che sono "il sale, la luce e il lievito" all'interno delle società a cui appartengono di diritto.

Questa formula riecheggia direttamente l'insegnamento di Cristo nel Vangelo secondo Matteo, dove Gesù si rivolge ai suoi discepoli con queste parole: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il suo sapore, con che cosa lo si potrà salare?» (Mt 5,13). Il cardinale Pizzaballa non cita questo versetto per offrire una consolazione astratta a una minoranza in pericolo; lo usa come programma d'azione, rifiutando di permettere ai cristiani di ritirarsi in un'enclave protetta o di scegliere la fuga, ma chiamandoli invece a rimanere nel cuore della loro società per rivitalizzarla dall'interno, con una visione dell'umanità radicata nel Vangelo. Conclude la sua lettera con un'affermazione profondamente commovente e misurata: ciò che in definitiva sostiene i cristiani di Terra Santa non è la loro forza, ma la gioia del Vangelo.

Questa teologia della presenza trova una sorprendente risonanza nella Prima Lettera di Pietro, indirizzata alle comunità cristiane sparse dell'Asia Minore, a loro volta minoritarie e vulnerabili: «Anche voi, come pietre vive, venite edificati in una casa spirituale» (1 Pietro 2,5). L'immagine della pietra viva, inserita in una struttura più grande di sé, corrisponde esattamente a ciò che chiede il Patriarca latino di Gerusalemme: non ritirarsi dal mondo, ma rimanere saldi in esso, pietra tra le pietre, sale che non deve mai perdere il suo sapore.

Una diplomazia papale che coordina i due fronti

L'udienza concessa al presidente Aoun questo giovedì non può essere interpretata separatamente dalla lettera pastorale di aprile, né dalla situazione di Taybeh, che la Santa Sede segue con la stessa incrollabile attenzione riservata al Libano. Leone XIV e il suo Segretario di Stato stanno conducendo, in questi due teatri, al contempo vicini e distinti, una simile diplomazia di presenza: mantenendo aperti i canali con le autorità locali, inviando rappresentanti sul campo – come fece l'arcivescovo Borgia nei villaggi del Libano meridionale – e dando visibilità internazionale a situazioni che altrimenti la geopolitica tenderebbe a lasciare nell'ombra. Il fatto che il presidente libanese abbia scelto di visitare il Vaticano per la terza volta in poco più di un anno, in un momento di negoziati particolarmente tesi con Israele, testimonia il ruolo unico che le dichiarazioni papali occupano ancora nel fragile equilibrio del Levante.

Sarebbe ingenuo credere che questa sola udienza basti a mettere a tacere i cannoni del Libano meridionale o a proteggere gli abitanti di Taybeh da future incursioni di coloni. Ma segue una logica che lo stesso profeta Elia sperimentò sul monte Horeb, quando cercò Dio nel vento impetuoso, nel terremoto e nel fuoco, prima di trovarlo infine nel sussurro di una brezza leggera (1 Re 19,11-12). La diplomazia papale non ha né carri né eserciti: avanza sulla brezza leggera della parola, dell'udienza, della lettera pastorale – ed è proprio questa apparente fragilità che, per duemila anni, le ha permesso di attraversare gli imperi che l'hanno preceduta e che, ancora oggi, si contendono il controllo del Levante.

Lectio divina

📜
Lectio — Lettura

«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il suo sapore, con che cosa lo si potrà salare?» Matteo 5:13

🧠
Meditatio — Per meditare

Tu porti dentro di te un sapore che il mondo non sa nominare, una luce che nemmeno la notte più lunga può spegnere. Cosa faresti se la tua casa bruciasse e rimanere significasse rischiare la vita per quel sapore che porti dentro? I cristiani di Taybeh, Rmeish e Ain Ebel restano – e tu, nella tua vita più tranquilla, dove perdi quel sapore, anche senza la minaccia del fuoco? Questa domanda non cerca una risposta immediata; chiede semplicemente di dimorare dentro di te, silenziosamente, come una brezza sul monte Horeb.

🙏
Orazione — Pregare

Signore, tu vedi i campanili delle chiese tremare sotto i bombardamenti e i villaggi svuotarsi uno ad uno. Tu conosci il nome di ogni sacerdote rimasto per i suoi parrocchiani, il nome di ogni bambino che ora dorme lontano da casa. Preserva l'essenza di queste terre, che non perdano mai il loro sapore nella paura o nell'esilio. Fa' delle nostre preghiere pietre vive, che resistano all'oblio. Tieni saldamente nella tua mano ciò che resta in piedi ad Ain Ebel come a Taybeh. Possa la tua luce trafiggere i muri segnati dall'odio e le rovine ancora calde.

Contemplatio: contemplare

In una chiesa bizantina semibruciata, una lampada a olio tremola e non si spegne.

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Geremia (tradizione) · VI secolo a.C. · 154 versetti

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Matteo (tradizione) · 80-90 d.C. · 1071 versetti

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