Mosca detta il prezzo dell'ascolto: cosa si aspetta realmente Karasin dall'arcivescovo Gallagher?

Mosca chiarisce le sue aspettative: Gallagher deve fornire informazioni concrete sui prigionieri e sui bambini sfollati entro venerdì.

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21 Minuti di lettura

Una cancelleria che chiarisce le proprie aspettative quattro giorni prima di una visita diplomatica non agisce mai spontaneamente. Quando il senatore Grigory Karasin, presidente della Commissione Affari Esteri del Consiglio della Federazione Russa, ha specificato questa settimana che Mosca si aspettava "proposte concrete" dall'arcivescovo Paul Richard Gallagher riguardo ai prigionieri e ai bambini ucraini sfollati, non si è limitato a confermare un programma già noto. Ha spostato l'attenzione dell'evento. Quella che, solo una settimana fa, si preannunciava come una visita pastorale avvolta nel silenzio diplomatico, in virtù di questo chiarimento, è diventata una scadenza con un esito previsto – quasi un conto presentato in anticipo. La Santa Sede, che non ha mai gradito essere chiamata a svolgere il ruolo di negoziatore nel pieno senso del termine, si trova così chiamata, quattro giorni prima dell'arrivo del suo ministro degli Esteri a Mosca, a produrre ciò che la diplomazia russa definisce senza mezzi termini "concreto".

Questa richiesta di azioni concrete cambia radicalmente le aspettative che si ripongono in un legato pontificio. Ci costringe a chiederci cosa possa e debba contribuire una Chiesa che rifiuta il ruolo di mediatrice dello Stato, pur accettando da oltre tre anni di custodire liste di prigionieri e registri di bambini separati dalle loro famiglie. Ci obbliga inoltre a riflettere sul peso delle parole, che non hanno altra arma se non le parole stesse, di fronte a un interlocutore che misura i risultati in cifre e date.

Pressione calcolata quattro giorni prima della partenza

Ciò che Karassine ha effettivamente detto e ciò che non ha detto

Per comprendere il cambiamento avvenuto questa settimana, dobbiamo rileggere attentamente la dichiarazione iniziale rilasciata dal senatore russo il 19 agosto. Karasin aveva allora parlato di "proposte interessanti" che avrebbero potuto produrre "sviluppi positivi", un'espressione volutamente vaga che lasciava a Roma il compito di definire il contenuto della sua offerta. L'irrigidimento della posizione osservato questa settimana – con la menzione esplicita dei casi dei prigionieri e dei bambini ucraini sfollati come richieste specifiche – restringe la portata. Non si tratta più di un invito aperto a esercitare il buon senso diplomatico; è un elenco di questioni specificamente nominate su cui Mosca si aspetta che Roma prenda posizione con misure identificabili.

Questa gradazione retorica non è mai innocente nel vocabolario sussurrato degli ambienti diplomatici. Indica che la parte russa ha scelto di stabilire, pubblicamente e ancor prima che l'aereo dell'arcivescovo Gallagher decolli, i termini di uno scambio di cui intende controllare la narrazione. Se la visita si tradurrà in annunci concreti su questi due punti, Mosca potrà rivendicare il merito diplomatico; se non raggiungerà questo risultato, la responsabilità del fallimento verrà implicitamente scaricata sulla Santa Sede, ritenuta incapace di tradurre la propria neutralità in efficacia. È un gioco di pressione asimmetrica, in cui la Chiesa, che non ha mai rivendicato il potere di coercizione, si trova tuttavia a essere misurata in base a una serie di parametri che non ha contribuito a definire.

L'agenda si sta delineando con maggiore chiarezza, e con essa anche la pressione.

Nei giorni successivi alla dichiarazione di Karasin, l'agenda della visita si è fatta notevolmente più fitta. La portavoce del Ministero degli Esteri russo ha confermato che il Ministro degli Esteri Sergey Lavrov avrebbe ricevuto l'Arcivescovo Gallagher il 25 agosto, il primo giorno della sua visita, per discutere "dello stato attuale e delle prospettive della cooperazione bilaterale tra Russia e Vaticano", nonché di "questioni internazionali di interesse comune". Due giorni dopo, il 27 agosto alle 19:00, l'arcivescovo britannico avrebbe presieduto una messa nella Cattedrale dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, la più grande chiesa cattolica di Mosca: un gesto che, ben lungi dall'essere un mero rituale di protocollo, ha ribadito che questa visita rimaneva, prima di tutto, quella di un pastore, anche se veniva negoziata come un incontro di Stato.

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha cercato di ridimensionare le aspettative su un punto specifico: al momento non è previsto alcun incontro con il presidente Vladimir Putin, sebbene, a suo dire, "ci sarà certamente una qualche forma di comunicazione". Questa assenza programmata di un vertice di alto livello conferma implicitamente che Mosca intende trattare questa visita come un passo tecnico e umanitario, non come un gesto politico di grande rilievo, il che, paradossalmente, conferisce ancora più peso alle due questioni umanitarie evidenziate da Karasin. Se il Cremlino non è direttamente coinvolto, è forse proprio perché il lavoro preparatorio svolto da Gallagher deve rimanere circoscritto a ciò che la diplomazia vaticana sa fare meglio: comunicare con discrezione ed efficacia casi concreti di sofferenza umana.

Due casi che non possono essere misurati allo stesso modo.

I prigionieri e i bambini sfollati, pur essendo spesso accomunati nel discorso diplomatico, richiedono approcci molto diversi, ed è forse qui che risiede la vera difficoltà della missione affidata all'arcivescovo Gallagher. Gli scambi di prigionieri si basano su un meccanismo relativamente ben definito: liste di nomi presentate da entrambe le parti, negoziati spesso reciproci e una tempistica che può essere definita in poche settimane quando esiste la volontà politica da entrambe le parti. La Santa Sede ha già presentato migliaia di nomi e facilitato diversi scambi, con risultati che in passato sono stati pubblicamente elogiati anche dalla diplomazia russa.

La questione dei bambini sfollati segue una logica ben più lenta e dolorosa. Secondo le stime più recenti, comunicate dalle autorità ucraine, oltre 19.500 minori sono stati trasferiti da zone occupate o di confine verso il territorio russo dal febbraio 2022; ad oggi, solo circa 1.350 di loro sono stati rimpatriati, grazie soprattutto alla mediazione congiunta della Santa Sede, del Qatar e del Sudafrica. Questa cifra, per quanto modesta rispetto alla portata del problema, misura la difficoltà di un compito che implica identificare ogni bambino, rintracciare la sua famiglia, verificare il suo consenso o quello dei suoi tutori e coordinare un trasferimento attraverso una linea del fronte che, a quattro anni dall'inizio della guerra, rimane una delle più letali in Europa dal 1945. Chiedere "proposte concrete" al vescovo Gallagher su questo tema in quattro giorni di visita significa ignorare, intenzionalmente o meno, la natura stessa del paziente lavoro necessario per proteggere i bambini in tempo di guerra.

Cosa può offrire la Chiesa quando le viene chiesta una prova

Parole ponderate rispetto alle parole richieste

In questa richiesta russa di risultati tangibili si cela una profonda tensione con ciò che la Scrittura stessa insegna sulla natura della parola. Il libro dell'Ecclesiaste mette in guardia dal parlare in fretta davanti a Dio e agli uomini: «Non essere precipitoso con la bocca, non essere frettoloso nel tuo cuore nel proferire parola davanti a Dio, perché Dio è in cielo e tu sei sulla terra. Che le tue parole siano poche» (Ecclesiaste 5,1). Questa saggezza, nata in un contesto religioso ben diverso dalla diplomazia contemporanea, illumina tuttavia con sorprendente precisione la posizione che la Santa Sede ha sempre adottato di fronte alle pressioni per annunci rapidi: meglio poche parole dette e mantenute che una moltitudine di promesse il cui adempimento non può essere garantito.

Questa economia di parole non è timidezza diplomatica, ma una disciplina spirituale che si applica anche alla negoziazione politica. Quando l'arcivescovo Gallagher, dopo la sua missione in Ucraina, avvenuta poco più di un mese prima della sua visita a Mosca, menzionò la possibilità di una visita di Papa Leone XIV in Ucraina, si premurò di specificare: «Il Santo Padre prende molto seriamente questo invito; da parte nostra, studieremo le condizioni per determinare i tempi e le modalità più fruttuose». Questa prudenza, lungi dall'essere un'ammissione di debolezza, è al contrario la condizione stessa della credibilità futura: le dichiarazioni vaticane che annunciano solo ciò che possono effettivamente realizzare conservano, nel tempo, un peso che gli annunci sensazionalistici seguiti dal nulla finiscono sempre per dissolvere.

Ciò che il pastore può portare dove il diplomatico fallisce

La differenza fondamentale tra un legato papale e un negoziatore statale sta in questo: il primo rappresenta un potere e cerca un accordo, il secondo rappresenta la compassione e cerca la riconciliazione. Questa distinzione, essenziale per comprendere perché la Santa Sede continui a inviare i suoi rappresentanti a Mosca nonostante la mancanza di risultati eclatanti, trova una profonda eco nella Lettera agli Ebrei, che descrive il sommo sacerdote come colui che «può simpatizzare con le nostre debolezze, perché egli stesso è stato tentato in ogni cosa come noi, senza però commettere peccato» (Ebrei 4,15). Un legato che dimostra compassione prima di negoziare può recarsi a Kiev così come a Mosca, visitare le rovine lasciate da un bombardamento aereo così come incontrare le autorità che lo hanno ordinato, senza mai essere sospettato di schierarsi – una libertà che solo un'istituzione spogliata di ogni pretesa politica può ancora rivendicare in questo conflitto, che ha esaurito quasi tutti gli altri canali di dialogo.

È proprio questa libertà che Karasin sta mettendo alla prova formulando aspettative specifiche e quantificabili. Se la Santa Sede, infatti, risponde a questa pressione cedendo alla logica dei risultati immediati, rischia di perdere ciò che costituisce la sua vera forza: la capacità di continuare a dialogare con entrambe le parti belligeranti quando tutti gli altri canali sono chiusi. Ma se si rifiuta categoricamente di intraprendere qualsiasi azione concreta, rischia che la sua neutralità venga interpretata come inefficacia, o addirittura come una forma di complicità con l'inerzia diplomatica. È in questo spazio ristretto che l'arcivescovo Gallagher dovrà muoversi durante i suoi quattro giorni a Mosca.

Prepararsi per una missione più grande

Diverse fonti vaticane suggeriscono che il viaggio dell'arcivescovo Gallagher non sia un evento isolato, ma che prepari il terreno per una successiva missione del cardinale Matteo Zuppi, inviato speciale del Papa per la questione ucraina dal 2023, che potrebbe tornare a Mosca già a settembre. Il cardinale italiano ha già guidato due missioni a Mosca, nel giugno 2023 e poi nell'ottobre 2024, con risultati parziali ma tangibili riguardo al rimpatrio dei minori e allo scambio di informazioni tra le due parti. Roma sembra intenzionata a evitare che questa futura missione di Zuppi si concluda con un altro silenzioso fallimento: da qui l'importanza di questo passo preliminare affidato a Gallagher, incaricato di valutare la reale disponibilità delle autorità russe prima che la posta in gioco diventi troppo alta per fallire senza conseguenze.

Questa logica di meticolosa preparazione richiama la parabola del granello di senape, il «più piccolo di tutti i semi» che, una volta seminato, «superò tutte le piante dell’orto» (Marco 4,31-32). Una visita di quattro giorni, senza annunci trionfali o comunicati altisonanti, può sembrare insignificante alla luce della portata del conflitto che ha devastato l’Ucraina dal febbraio 2022. Ma è proprio in questa paziente discrezione, in questo lento e metodico smantellamento della sfiducia accumulata, che a volte si gettano le basi per progressi più ampi: il ritorno dei bambini separati dalle loro famiglie, la liberazione dei prigionieri, la ripresa di un dialogo che, senza questo lavoro preliminare, rimarrebbe per sempre bloccato nella fase delle dichiarazioni di facciata.

L'ombra di un posto vuoto al tavolo delle trattative

Una questione legata alla Chiesa che incide sulla situazione umanitaria.

Al di là delle due priorità umanitarie esplicitamente menzionate da Karasin, una terza questione, meno drammatica ma altrettanto rivelatrice del clima attuale, pesa molto su questa visita: la successione episcopale alla guida dell'Arcidiocesi cattolica della Madre di Dio a Mosca, vacante dal 2 maggio 2026. Papa Leone XIV aveva accettato le dimissioni dell'arcivescovo Paolo Pezzi, che aveva guidato la diocesi per diciannove anni, dieci anni prima della consueta età canonica di settantacinque anni per le dimissioni. "Desidero annunciare le mie dimissioni per motivi di salute, che non mi consentono di amministrare questa amata e magnifica diocesi come dovrei", ha dichiarato, ponendo fine a qualsiasi speculazione politica. Ma dietro questa spiegazione ufficiale si cela l'ombra di una stanchezza più profonda: due decenni trascorsi alla guida di una delle missioni più impegnative del cattolicesimo mondiale, aggravata dalla guerra, dalla crescente pressione amministrativa sui cittadini stranieri in Russia e dal crescente isolamento di una piccola comunità cattolica circondata da sospetti.

Il gesto del Papa nella scelta del suo successore temporaneo ha un notevole peso simbolico, che pochi commentatori hanno pienamente compreso. Leone XIV non ha nominato un nuovo arcivescovo straniero; ha affidato l'ufficio di Amministratore Apostolico sede vacante al Vescovo Ausiliare Nikolai Dubinin, un francescano conventuale russo, che fino ad allora aveva guidato il settore settentrionale della diocesi da San Pietroburgo. È stato proprio questo Vescovo Dubinin che, in qualità di amministratore, ha confermato questa settimana all'agenzia di stampa russa TASS le date esatte del soggiorno dell'Arcivescovo Gallagher e ha specificato le modalità per la Messa prevista per il 27 agosto. Affidare la responsabilità pastorale dell'unica metropoli cattolica in Russia a un figlio del Paese, piuttosto che a un prelato straniero, significa affermare che la Chiesa cattolica in terra russa non è – e non dovrebbe essere percepita come – un'ambasciata straniera mascherata da istituzione religiosa, ma una comunità radicata, con i propri pastori.

Una candidatura che mette alla prova il silenzio del patriarcato

È proprio questo il punto che l'arcivescovo Gallagher dovrà approfondire durante il suo soggiorno a Mosca: la disponibilità delle autorità russe, sia civili che ecclesiastiche ortodosse, a una possibile nomina permanente di un arcivescovo russo a capo di questa diocesi. Il Patriarcato di Mosca, il cui silenzio sulla visita di Gallagher rimane eloquente quanto le sue precedenti dichiarazioni sulle tensioni cattolico-ortodosse, sta seguendo da vicino questo sviluppo. La Chiesa ortodossa russa mantiene un rapporto ambivalente con il cattolicesimo, caratterizzato da una cauta coesistenza e da una rivalità storica mai completamente estinta, in cui qualsiasi nomina episcopale cattolica in Russia può essere interpretata in due modi opposti: un gesto di appeasement che riconosce il primato canonico del territorio ortodosso, oppure, al contrario, un modo ancora più astuto per Roma di insediarsi permanentemente in uno spazio che ha tradizionalmente considerato suo dominio esclusivo.

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La dimensione ecclesiastica della visita è strettamente legata alla dimensione umanitaria sottolineata da Karasin. Un segnale di buona volontà sulla questione dei bambini sfollati o dei prigionieri potrebbe, a sua volta, facilitare l'accettazione da parte della Russia di una normalizzazione della presenza cattolica nel paese; al contrario, una persistente ostilità da parte del Patriarcato potrebbe inasprire le condizioni imposte dalle autorità civili in materia umanitaria. Questi due aspetti, apparentemente distinti, sono in realtà interconnessi nel delicato equilibrio che Mosca cerca di mantenere tra la sua Chiesa nazionale e la sua politica estera.

Il precedente del novembre 2021 come misura del tempo trascorso

L'arcivescovo Gallagher conosce bene Mosca. L'aveva già visitata nel novembre 2021, poche settimane prima dell'invasione dell'Ucraina, per incontrare il primo ministro Mikhail Mishustin e il ministro degli Esteri Sergey Lavrov – lo stesso Lavrov che avrebbe incontrato di nuovo il 25 agosto, cinque anni dopo, in un mondo profondamente sconvolto dalla guerra. Questo precedente conferisce alla sua visita attuale una risonanza particolare: sta tornando in una città che aveva lasciato prima che il mondo venisse capovolto, e vi ritorna dopo che quello stesso mondo è stato travolto per oltre quattro anni da un conflitto che ha causato lo sfollamento di milioni di persone e ha lacerato i legami tra la Chiesa d'Oriente e quella d'Occidente.

Neanche la tempistica è casuale: questa visita a Mosca arriva poco più di un mese dopo una missione analoga guidata dallo stesso arcivescovo a Leopoli, Berdichev e Kiev, dove ha visitato il luogo di un raid aereo russo che ha ucciso civili e ha incontrato il presidente Volodymyr Zelensky. Porta quindi con sé, da una capitale all'altra, la stessa prospettiva, la stessa attenzione – ed è proprio questa simmetria di attenzione che gli conferisce credibilità presso entrambe le parti. Un emissario che piange con le famiglie di Kiev e celebra la Messa a Mosca nella stessa settimana trasmette, senza esplicitarlo, un messaggio più potente di qualsiasi dichiarazione ufficiale: quello di una Chiesa che si rifiuta di schierarsi nella sofferenza.

Lectio divina

📜
Lectio — Lettura

«Non essere precipitoso nella tua bocca, non essere veloce nel tuo cuore a proferire parola davanti a Dio». Ecclesiaste 5:1

🧠
Meditatio — Per meditare

Quante volte ti è stata chiesta una prova immediata della tua buona volontà, una parola tangibile, un'azione quantificabile, quando in cuor tuo sapevi che la verità aveva bisogno di tempo per maturare dentro di te? Hai mai ceduto a questa pressione di produrre, di dimostrare, di consegnare un risultato entro la scadenza, rischiando di tradire ciò che ti sta veramente a cuore? E tu, sai aspettare la parola di qualcun altro senza pretendere che si adatti ai tuoi tempi? Cosa faresti se oggi ti venisse ordinato di trasformare la tua pazienza in una prova tangibile?

🙏
Orazione — Pregare

Signore, tu che sei in cielo mentre io sono sulla terra, insegnami la rarità delle parole vere. Tu vedi la mia impazienza, il mio desiderio di dimostrare troppo in fretta ciò che porto ancora in grembo. Concedimi la lentezza di chi pondera ogni parola prima di pronunciarla nel frastuono del mondo. Fa' che il mio silenzio sia terreno fertile, non una via di fuga. Che le mie parole, quando finalmente giungeranno, siano frutto maturo e non una promessa ancora acerba. Preservami dal cedere alle richieste di coloro che vogliono risultati senza attendere la verità.

Contemplatio: contemplare

Un minuscolo seme che riposa nel palmo aperto di una mano che non si sta ancora chiudendo.

✝ Riferimenti biblici

2 brani · 2 libri
Marco
📖 Codice — Libro biblico

Marco (compagno di Pietro) · 65-70 d.C. · 678 versetti

Il Figlio dell'uomo è venuto per servire e per dare la sua vita in riscatto. (Marco 10:45)

Il Vangelo dell'azione: Gesù, il servo potente, rivelato come Figlio di Dio sulla croce.

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