Quando l'oro del sottosuolo pesa più della dignità del migrante: le parole di San Salvador

Un arcivescovo salvadoregno collega mine antiuomo, migranti e vittime di abusi in un unico, profetico appello alla giustizia.

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La ferita della terra confiscata

Il 6 agosto, davanti alla cattedrale metropolitana, gremita per la solennità della Trasfigurazione del Divino Salvatore del Mondo, l'arcivescovo José Luis Escobar Alas non ha pronunciato l'omelia per l'occasione. Dai gradini di Plaza Gerardo Barrios, ha rivolto tre richieste specifiche al Cielo e, attraverso di esse, due chiari avvertimenti ai poteri di questo mondo. La prima riguardava la terra stessa: che El Salvador fosse risparmiato da "questa gravissima contaminazione e saccheggio" che la ripresa dell'estrazione mineraria dei metalli comporterebbe. La seconda riguardava la vita dei suoi compatrioti dispersi: che le autorità americane rispettassero finalmente la dignità e i diritti della comunità di migranti salvadoregni. Non è una coincidenza del calendario liturgico. È la voce di un pastore che si rifiuta di separare ciò che nessun Vangelo separa mai: il grido della terra e il grido dei poveri.

È fondamentale comprendere cosa rappresenti per l'immaginario cattolico salvadoregno la legge che ha riaperto le porte all'estrazione di oro e argento. Nel 2017, El Salvador è diventato il primo Paese al mondo a vietare completamente l'estrazione di metalli sul proprio territorio, una decisione salutata all'epoca come un raro atto di saggezza ecologica in America Centrale. Il 23 dicembre 2024, l'Assemblea Legislativa, sotto la guida del Presidente Nayib Bukele, ha abrogato questa legge con 57 voti a favore e 5 contrari, adottando una nuova Legge Generale sull'Estrazione dei Metalli, entrata in vigore il 7 gennaio 2025. Questa legge concede allo Stato il monopolio esclusivo sull'esplorazione e l'estrazione, ma lo autorizza a operare attraverso joint venture, aprendo così la strada a collaborazioni con capitali stranieri senza previa consultazione con le comunità interessate.

Ciò che il vescovo Escobar Alas denuncia da oltre un anno e mezzo, con ammirevole coerenza, non è un'opposizione ideologica all'attività economica. Si tratta di un monito sugli effetti delle sostanze chimiche utilizzate nelle miniere sull'acqua. Il fiume Lempa, che attraversa due terzi del Paese e fornisce acqua potabile a gran parte dell'area metropolitana di San Salvador, è direttamente esposto al rischio di contaminazione da cianuro, arsenico e mercurio, sostanze impiegate nei processi di estrazione dell'oro. Gli esperti di tossicologia ambientale hanno avvertito che i primi effetti si faranno sentire in termini di scarsità idrica, con una possibile recrudescenza, entro una decina d'anni, di malattie renali croniche, di alcuni tipi di cancro e di malformazioni congenite legate all'accumulo di particelle di metalli pesanti nell'organismo. Circa il sessanta per cento della popolazione salvadoregna ritiene che il proprio Paese non sia adatto a questo tipo di attività estrattiva.

Nella sua omelia del 6 agosto 2025, un anno prima della sua più recente dichiarazione, l'arcivescovo aveva già chiesto ai membri del parlamento di restituire al popolo «la legge che protegge l'ambiente, la vita e la salute delle persone, degli animali e delle piante». Questa continuità profetica non è ostinazione clericale: è fedeltà a una profonda intuizione teologica, che riconosce il creato come un dono affidato all'umanità da coltivare e preservare, non da saccheggiare. Il libro della Genesi lo esprime con un'economia di parole che non ha perso nulla della sua forza: «Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino dell'Eden perché lo coltivasse e lo custodisse» (Genesi 2,15). Nell'ebraico biblico, «custodire» ha il significato di vigilare, di preservare dalla distruzione: un verbo che si pone in netto contrasto con l'idea di saccheggio denunciata dall'arcivescovo.

Genesi 2, 15

15Il Signore Dio prese l'uomo et lo pose nel giardino dell'Eden perché lo coltivasse et lo custodisse.

Il saccheggio come peccato contro il prossimo

Ciò che distingue le parole dell'arcivescovo Escobar Alas dalla mera retorica ambientalista è il suo rifiuto di separare la questione mineraria da quella sociale. Ha esplicitamente esortato i decisori politici a garantire "politiche che favoriscano le maggioranze più vulnerabili" e ad evitare l'attività mineraria in nome della giustizia dovuta ai più poveri. Si tratta di una teologia dell'ecologia integrale, quella sviluppata da Papa Francesco nella sua enciclica Laudato si', dove afferma che non si può mai ascoltare abbastanza "il grido della terra" senza ascoltare contemporaneamente "il grido dei poveri", poiché i due sono accomunati dallo stesso disinteresse per il profitto a breve termine. L'arcivescovo estende questa intuizione alla realtà concreta di un Paese in cui le comunità rurali più vicine ai giacimenti sarebbero le prime a subire le conseguenze sanitarie dell'estrazione, senza ricavarne alcun beneficio economico duraturo: El Salvador ha vissuto due secoli di attività mineraria senza che ciò abbia generato un reale sviluppo per le popolazioni locali.

Il profeta Isaia, in un passo spesso trascurato a favore di testi più celebri, denuncia proprio questa logica di accumulazione che espropria i deboli: «Guai a coloro che aggiungono casa a casa, che aggiungono campo a campo, finché non rimanga più spazio, e che dicono di voler rimanere soli in mezzo al paese!» (Isaia 5,8). Questo testo, vecchio di ventisette secoli, risuona con inquietante attualità di fronte a una legge che autorizza lo Stato a collaborare con il capitale privato senza un processo di libera, preventiva e informata consultazione con le comunità direttamente interessate. L'approccio profetico dell'Arcivescovo di San Salvador consiste proprio nel ricordarci che la ricchezza minerale del sottosuolo non appartiene a chi detiene il potere di concederla, ma all'intero popolo, in particolare ai più poveri che non hanno altra eredità se non la terra che abitano.

Isaia 5:8

8Guai a coloro che aggiungono casa a casa, che uniscono campo a campo, finché non cè più spazio e abitano soli in mezzo alla terra.

I confini del corpo ecclesiastico e l'esigenza della verità

Ma le parole pronunciate il 17 agosto non possono essere pienamente comprese senza il loro contesto immediato: quello di una Chiesa salvadoregna sotto pressione. Mentre il vescovo Escobar Alas presiedeva le celebrazioni del santo patrono tra il fervore popolare, gruppi di vittime di abusi sessuali commessi da membri del clero chiedevano, a margine della celebrazione, una fermezza che l'istituzione non ha sempre dimostrato. L'associazione Cultura Romeriana e altre organizzazioni denunciano da oltre un decennio casi di violenza sessuale contro donne e bambini, attribuiti a sacerdoti, senza che la gerarchia ecclesiastica locale abbia sempre risposto con la dovuta rapidità. Una delle vittime ha testimoniato di aver presentato per ben tre volte il caso di una dodicenne violentata da un sacerdote in una scuola cattolica – nel 2011, nel 2023 e nel 2024 – senza ricevere una risposta soddisfacente dal vescovo in questione.

Solo nel gennaio 2026 l'arcidiocesi ha annunciato la rimozione dal sacerdozio di un sacerdote, Jesús Orlando Erazo Gálvez, condannato a quattordici anni di carcere per stupro di minore, dopo un lungo iter giudiziario ed ecclesiastico facilitato in parte dalla commissione speciale istituita nel giugno 2019 per indagare sulle denunce di abusi. Questo caso illustra sia la volontà istituzionale di perseguire i responsabili, sia la lentezza strutturale che alimenta la sfiducia delle vittime. A livello globale, una rete mondiale di sopravvissuti agli abusi, presente in quattordici paesi di cinque continenti, ha recentemente chiesto al Vaticano di adottare una legge di tolleranza zero, modellata sugli standard di responsabilità in vigore negli Stati Uniti, che impongono l'esclusione irrevocabile dal sacerdozio non appena l'abuso viene riconosciuto o provato. El Salvador non è immune a questa richiesta globale di verità, che ormai permea l'intera Chiesa.

Questa tensione tra il ruolo profetico tradizionale dell'episcopato – denuncia delle ingiustizie esterne, della corruzione politica e dello sfruttamento minerario – e il bisogno interno di purificazione richiesto dalle vittime, costituisce il nodo cruciale e più delicato dell'attuale situazione salvadoregna. L'apostolo Pietro, nella sua prima epistola, ricorda agli anziani della Chiesa un requisito che si applica tanto ai pastori quanto all'intero popolo di Dio: «Pascete il gregge di Dio che è tra voi, non per forza, ma volentieri, come Dio vuole; non per vile guadagno, ma di buon cuore» (1 Pietro 5,2). Un arcivescovo può legittimamente alzare la voce contro il saccheggio minerario e l'ingiustizia nei confronti dei migranti; ma questa legittimità profetica, per rimanere credibile, deve essere accompagnata da un'incrollabile trasparenza verso le pecore ferite dai propri pastori.

1 Pietro 5, 2

2Non che la congregazione di Dio sia il mio stato affidato, custodiscilo non per forza, ma volentieri, non per esse personale, ma con devozione,

Quando l'oro del sottosuolo pesa più della dignità del migrante: le parole di San Salvador

L'esilio salvadoregno e il destino dello straniero

Il terzo tema del discorso arcivescovile, riguardante i migranti salvadoregni negli Stati Uniti, si inserisce in un contesto politico in cui l'inasprimento delle misure di deportazione e detenzione incide direttamente sulla diaspora centroamericana. Da diversi anni, l'arcivescovo Escobar Alas si appella direttamente alle autorità americane affinché cessi quella che definisce la persecuzione dei suoi compatrioti residenti all'estero, esigendo il rispetto del diritto fondamentale alla migrazione. Questa richiesta, ribadita il 6 agosto 2026, va oltre la mera compassione pastorale: tocca il cuore stesso della dottrina biblica sull'accoglienza dello straniero, una dottrina che il popolo ebraico ha sperimentato in prima persona durante il suo esilio.

Il Libro del Levitico, con un linguaggio straordinariamente chiaro, fonda questo precetto sul ricordo stesso della sofferenza: «Se uno straniero dimora in mezzo a voi nel vostro paese, non lo opprimerete. Lo straniero che dimora in mezzo a voi sarà per voi come un nativo; lo amerete come voi stessi, perché anche voi siete stati stranieri nel paese d'Egitto» (Lev 19,33-34). Questo precetto non è solo un'altra opzione umanitaria: struttura l'intera etica sociale dell'Antico Testamento, postulando che il ricordo dell'esilio debba generare compassione per coloro che oggi vivono lo stesso sradicamento. I salvadoregni in fuga dalla povertà, dalla violenza delle bande criminali del passato o dalle conseguenze economiche di decisioni politiche controverse rivivono, in forma contemporanea, l'esperienza biblica della dispersione.

Levitico 19, 33–34

33Se uno straniero viene a lavorare con te nel tuo paese, non mi sentirò oppresso. 34Tratterete lo striero che risorto in mezzo a voi comme un israelita nativo et lo amerete comme voi stessi, perché anche voi siete stati stranieri nel paese d'Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio.

Questa richiesta di dignità per i migranti trova piena risonanza nel contesto politico interno del Paese. Il 31 luglio 2025, l'Assemblea legislativa salvadoregna ha adottato una riforma costituzionale che consente la rielezione presidenziale a tempo indeterminato, estendendo il mandato presidenziale da cinque a sei anni ed eliminando il secondo turno elettorale: una riforma approvata senza previa consultazione popolare. Nayib Bukele, che ha festeggiato il suo settimo anno di mandato nel giugno 2026 con un indice di gradimento dell'87,8%, è stato confermato come candidato presidenziale dal suo partito nel luglio 2026. L'arcivescovo Escobar Alas aveva esplicitamente chiesto, nella sua omelia del 6 agosto 2025, ai membri del parlamento di riconsiderare questa riforma costituzionale, "approvata senza consultazione", ricordando loro che "affinché una riforma costituzionale sia legittima, il popolo deve essere consultato". Questa duplice vigilanza – sulla questione mineraria e su quella costituzionale – dipinge il ritratto di un arcivescovo che si rifiuta di lasciare che il potere politico agisca senza un contrappeso morale, a prescindere dalla sua popolarità.

Una teologia della vigilanza condivisa

Ciò che colpisce maggiormente nel percorso dell'arcivescovo José Luis Escobar Alas è la coerenza di un processo di pensiero che rifiuta una rigida compartimentalizzazione. La terra devastata dalle attività minerarie, il migrante umiliato ai confini nordamericani e la vittima di abusi ignorata dalle proprie istituzioni appartengono, in questa visione, alla stessa carne ferita del corpo ecclesiale e sociale. L'apostolo Paolo esprime questo concetto con un'intensità raramente eguagliata: «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui» (1 Corinzi 12,26). El Salvador, un Paese segnato da decenni di violenza civile seguiti da una fragile ricostruzione sotto la presidenza di Bukele, è oggi alla ricerca di un equilibrio tra sicurezza, crescita economica e rispetto delle libertà fondamentali: un equilibrio che la Chiesa, attraverso il suo primate, si rifiuta di dare per scontato.

1 Corinzi 12:26

26E se un membro soffre, tutti i membri soffrono con lui; se un membro è onorato, tutti i membri gioiscono con lui.

Sarebbe riduttivo interpretare questa dichiarazione come una mera opposizione politica. Piuttosto, essa scaturisce dalla convinzione che il bene comune non si misuri mai unicamente in base al prodotto interno lordo o alla popolarità elettorale, ma da come una società tratta i suoi membri più vulnerabili: le comunità rurali minacciate dall'inquinamento minerario, i migranti irregolari all'estero e i bambini maltrattati nelle proprie parrocchie. Collegando queste tre piaghe in un'unica omelia, l'Arcivescovo di San Salvador non si è limitato a commentare gli eventi attuali; ha offerto un quadro teologico coerente, in cui la sacralità della terra, la dignità dello straniero e la verità dovuta alle vittime si fondono in un unico appello alla conversione dei potenti.

Lectio divina

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Lectio — Lettura

«Lo straniero che soggiorna presso di voi sarà per voi come un concittadino; lo amerete come voi stessi». Levitico 19:34

🧠
Meditatio — Per meditare

Forse porti dentro di te il ricordo di essere stato sradicato, di una patria lasciata alle spalle, di una terra sottratta senza il tuo consenso. Hai mai riconosciuto nel volto dello straniero che bussa alla tua porta l'esatto riflesso della tua storia di esilio? Cosa faresti se, domani, fossi tu a essere cacciato dalla terra che hai sempre coltivato? Dove, nel tuo cuore, si nasconde il confine che non hai mai veramente oltrepassato?

🙏
Orazione — Pregare

Signore, tu hai conosciuto l'esilio in Egitto ancor prima di nascere a Betlemme. Conosci il sapore della polvere delle strade e la sete del fiume inquinato. Mantieni pura l'acqua che ci hai donato, preserva la dignità di coloro che attraversano i confini a mani vuote. Insegnaci a riconoscere nello straniero il fratello che abbiamo dimenticato di amare. Possa la nostra terra rimanere un giardino, non una tomba.

Contemplatio: contemplare

Una mano callosa si immerge nell'acqua limpida che scorre ancora, incontaminata, tra le pietre del fiume.

✝ Riferimenti biblici

5 brani · 5 libri
Genesi
📖 Codice — Libro biblico

Mosè (tradizione) · X-VI secolo a.C. · 1533 versi

In principio Dio creò i cieli e la terra. (Genesi 1:1)

Primo libro della Bibbia: la creazione del mondo, la caduta, i patriarchi da Abramo a Giuseppe.

→ Esplora il Codice della Genesi
Isaia
📖 Codice — Libro biblico

Isaia (e la scuola isaiana) · VIII-VI secolo a.C. · 1292 versetti

Egli ci ha donato un figlio, un figlio ci è stato dato. (Isaia 9:5)

Il grande profeta della salvezza: giudizio, consolazione e annuncio del Servo sofferente.

→ Esplora il Codice di Isaia

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