Quando il silenzio di Roma si trasforma in una gabbia: l'accordo cinese giudicato dai suoi frutti

Human Rights Watch accusa l'accordo tra Vaticano e Pechino di agevolare la repressione. Leone XIV si trova ad affrontare un'eredità diplomatica sempre più tesa.

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18 Minuti di lettura

Il 16 agosto, Human Rights Watch ha oltrepassato una soglia che poche organizzazioni internazionali avevano osato varcare con tanta chiarezza: nel suo rapporto annuale, l'organizzazione con sede a New York ha affermato inequivocabilmente che l'accordo provvisorio tra la Santa Sede e Pechino sulla nomina dei vescovi "facilita la repressione" dei cattolici cinesi che si rifiutano di sottomettersi all'Associazione Patriottica. Non si tratta di una sfumatura diplomatica inserita a piè di pagina. È un'accusa diretta, la più esplicita che una grande organizzazione per i diritti umani abbia mai formulato dal rinnovo dell'accordo nell'ottobre 2024 per altri quattro anni, fino al 2028. E giunge mentre Leone XIV, nell'arco di tredici mesi di pontificato, ha convalidato cinque nomine episcopali in base a questo stesso testo, tra cui l'ordinazione del vescovo Giuseppe Chang Yanfeng a Chifeng il 22 luglio, e quella del vescovo Duan Yongkun a Bameng pochi giorni dopo.

Dobbiamo comprendere la portata di quanto documentato in questo rapporto, senza ricorrere ad astrazioni diplomatiche. Dalla firma dell'accordo nel settembre 2018 sotto il pontificato di Papa Francesco, le autorità cinesi hanno moltiplicato le detenzioni arbitrarie, le sparizioni forzate e gli arresti domiciliari di vescovi e sacerdoti della cosiddetta Chiesa "clandestina", ovvero la Chiesa che non ha mai interrotto la comunione con Roma ma rifiuta il controllo del Partito Comunista. Il vescovo Julius Jia Zhiguo, novantenne, ripetutamente detenuto dal 1963, ne è la dimostrazione vivente. Il vescovo Pierre Shao Zhumin, della diocesi di Wenzhou, è stato arrestato almeno sei volte dalla firma dell'accordo, l'ultima volta senza alcun giusto processo, e rimane tuttora in carcere. Non si tratta di casi isolati relegati ai margini di un accordo altrimenti positivo: secondo Human Rights Watch, questo è il modus operandi strutturale che un patto diplomatico ha involontariamente legittimato.

L'accordo come strumento, non come intenzione

Ciò che il testo non dice mai

Il paradosso più inquietante di questa vicenda risiede nella sua intrinseca opacità. Nessuno, al di fuori di una ristretta cerchia all'interno della Segreteria di Stato, conosce il contenuto completo dell'accordo firmato nel 2018 e rinnovato senza interruzioni nel 2020, 2022 e poi nel 2024. Tutto ciò che si sa, da quanto la Santa Sede ha scelto di divulgare, è che Pechino propone i candidati all'episcopato e che il Papa conserva il diritto di veto – un diritto che, si noti bene, nessun pontefice ha mai esercitato, nemmeno quando le autorità cinesi effettuarono nomine unilaterali durante la vacanza della Sede Apostolica nel 2025, tra la morte di Francesco e l'elezione di Leone XIV. Questa assenza di veto non è un mero dettaglio tecnico: rivela che l'equilibrio di potere, nella pratica, favorisce strutturalmente Pechino, che sceglie per prima i candidati, con Roma che si limita ad avallare la selezione.

È proprio questo meccanismo che Human Rights Watch denuncia come strumento di repressione. La tesi non è che il Vaticano desideri la persecuzione dei cattolici clandestini – nessuno lo sostiene seriamente – ma che l'accordo, legittimando l'Associazione Patriottica Cattolica Cinese come unico interlocutore istituzionale, di fatto priva le comunità clandestine di qualsiasi riconoscimento canonico. Un vescovo clandestino che si rifiuta di aderire all'Associazione Patriottica si ritrova, dal punto di vista di Pechino, un fuorilegge una seconda volta: un fuorilegge civile, come già era, ma ora anche emarginato da una Chiesa cattolica romana che ha scelto di collaborare con i suoi persecutori anziché proteggerlo esplicitamente.

Silenzio contro l'agnello

Questa dinamica trova una sorprendente eco nella Prima Epistola di Pietro, quando l'apostolo scrive alle comunità disperse dell'Asia Minore: «Per voi che credete, questa pietra è per voi gloria; per gli increduli, invece, la pietra rigettata dai costruttori è diventata la pietra angolare» (1 Pietro 2,7). Questo versetto, rivolto ai cristiani minoritari che vivono sotto un potere che non li riconosce, getta una luce particolare sulla situazione dei cattolici cinesi clandestini: agli occhi del Partito, essi sono la pietra rigettata, l'anomalia amministrativa che deve essere assorbita attraverso un'assimilazione forzata. Ma Pietro non promette loro protezione istituzionale, bensì una dignità che sfugge ai calcoli dei costruttori. Questa è una vera consolazione spirituale, che tuttavia non assolve in alcun modo la Chiesa visibile dalla sua responsabilità pastorale verso coloro che, di fatto, ha lasciato senza possibilità di ricorso diplomatico.

Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong e il più costante oppositore dell'accordo sin dal 2018, ha riassunto questa preoccupazione in termini che il tempo non ha fatto altro che confermare: secondo lui, l'accordo costituisce un "assegno in bianco" concesso a Pechino, un modo per il Vaticano di "aiutare il governo cinese ad annientare la Chiesa clandestina che Pechino non è riuscita a schiacciare" con la sola coercizione. Novantenne, si recò a Roma nel 2024 per cercare, invano, di convincere Francesco a non rinnovare l'accordo per un periodo così lungo; il Papa si rifiutò di riceverlo e la Curia minimizzò pubblicamente i suoi avvertimenti. Questo rifiuto di ascoltare, documentato e ampiamente discusso, assume ora un nuovo peso alla luce del rapporto di Human Rights Watch: ciò che il cardinale denunciò come un'intuizione pastorale è ora corroborato da un'indagine fattuale su detenzioni, demolizioni di chiese e sparizioni forzate.

Quando il silenzio di Roma si trasforma in una gabbia: l'accordo cinese giudicato dai suoi frutti

Leone XIV si trovò a dover gestire un'eredità che non aveva scelto.

Cinque vescovi, un lungo silenzio

Ciò che colpisce, tredici mesi dopo l'elezione di Leone XIV, è la continuità quasi meccanica della sua politica nei confronti della Cina. Il nuovo papa non ha rinunciato a nessuna delle direttive tracciate da Francesco: ha convalidato la nomina del vescovo Joseph Lin Yuntuan a Fuzhou, poi ha consacrato il vescovo Ignazio Wu Jianlin vescovo ausiliare di Shanghai, ha formalizzato la fusione delle diocesi di Xuanhua e Xiwanzi in quella di Zhangjiakou, prima di approvare le ordinazioni del vescovo Chang Yanfeng a Chifeng e del vescovo Duan Yongkun a Bameng. Cinque atti in un anno, tutti compiuti nel rigoroso quadro dell'accordo del 2018. Ma ciò che la diplomazia vaticana presenta come prova di fecondità pastorale – quindici vescovi nominati con l'approvazione di Roma dalla firma dell'accordo, ponendo fine a decenni di nomine unilaterali cinesi – Human Rights Watch lo interpreta, al contrario, come la graduale normalizzazione di un sistema in cui Roma cede terreno dottrinale in cambio di un'apparenza di pace.

Il cardinale Pietro Parolin, costante artefice di questa diplomazia fin dai tempi in cui era Segretario di Stato sotto Francesco e poi Leone XIV, aveva già sostenuto nel 2018 che l'accordo segnava, per la prima volta da decenni, una rinnovata comunione tra tutti i vescovi cinesi e il Vescovo di Roma. Si tratta di un'interpretazione difendibile dal punto di vista legale e sacramentale: l'unità visibile di comunione è, tecnicamente, qualcosa di reale. Ma il rapporto di Human Rights Watch dell'aprile 2026, le cui conclusioni sono state ribadite e ampliate dalla relazione annuale del 16 agosto, sottolinea che questa comunione formale è stata costruita al prezzo dell'integrazione forzata delle comunità clandestine nell'Associazione Patriottica, sotto la coercizione di detenzione, sparizione o arresti domiciliari per coloro che hanno resistito. Il contrasto tra l'unità proclamata a Roma e la coercizione documentata sul campo costituisce il fulcro del disaccordo.

Silenzio cauto: strategia o ammissione di colpa?

A un anno dalla sua elezione, Leone XIV non ha ancora chiarito pubblicamente la propria posizione su questa questione ereditata. Questo silenzio, che alcuni osservatori vicini al Vaticano interpretano come una calcolata cautela diplomatica volta a non compromettere i negoziati in corso prima della scadenza del 2028, preoccupa altri che lo vedono come un'implicita ammissione di impotenza di fronte a un'amministrazione curiale – quella del cardinale Parolin – che continua a detenere il controllo esclusivo del dossier cinese. Nel frattempo, Pechino a volte ignora apertamente lo spirito stesso dell'accordo, insediando vescovi in diocesi non approvate o tenendo "elezioni" episcopali a Shanghai e Xinjiang durante la vacanza della sede apostolica nel 2025, in palese violazione del diritto canonico, che vieta qualsiasi nomina episcopale in assenza di un papa regnante.

Questa asimmetria merita di essere definita senza mezzi termini: da un lato, una Santa Sede che non ha mai esercitato il suo potere di veto, nemmeno di fronte a palesi violazioni dell'accordo; dall'altro, un governo cinese che tratta il testo come un quadro flessibile, adattabile ai propri interessi in qualsiasi momento. È questa asimmetria strutturale che il rapporto di Human Rights Watch descrive come abilitante, non perché il Vaticano desideri la repressione, ma perché il suo silenzio diplomatico, la sua riluttanza a denunciare pubblicamente le violazioni e la sua insistenza nel celebrare ogni nomina come una vittoria pastorale, conferiscono a Pechino una legittimità internazionale che non avrebbe ottenuto da sola. Il Libro delle Lamentazioni, in un contesto completamente diverso di esilio e oppressione, esprime questo lamento, che potrebbe essere quello delle comunità clandestine di oggi: "Piange nella notte, e le sue lacrime le bagnano il viso; fra tutti i suoi amanti, non c'è nessuno che la consoli" (Lamentazioni 1,2). Ciò che i cattolici clandestini in Cina chiedono non è consolazione, ma riconoscimento.

Cosa rivela il dibattito sul governo della Chiesa

La teologia del compromesso ha un limite?

Il nucleo teologico di questa controversia va ben oltre la specifica questione cinese: mette in discussione la natura stessa del governo pastorale quando si scontra con un potere totalitario. Nel corso della sua storia, la Chiesa ha praticato il compromesso diplomatico con regimi ostili: il concordato con l'Impero romano post-costantiniano, i negoziati con i regimi comunisti dell'Europa orientale nel XX secolo e l'Ostpolitik del Vaticano dell'arcivescovo Agostino Casaroli sotto Paolo VI. Quest'ultima offre un parallelismo sorprendente: anch'essa fu criticata a suo tempo per aver sacrificato vescovi coraggiosi in nome della sopravvivenza istituzionale negoziata con Mosca e i suoi satelliti. La storia ha in parte assorbito queste critiche in un giudizio più sfumato, ma non ha mai cancellato la sofferenza concreta dei vescovi imprigionati mentre Roma negoziava.

È in questo contesto di tensione che si colloca oggi l'accordo sino-vaticano, ed è proprio questa tensione che il rapporto del 16 agosto ha riportato alla ribalta. Il dibattito non è meramente strategico – è opportuno negoziare con un regime ostile per salvare ciò che si può salvare? – ma fondamentalmente ecclesiologico: cosa definisce l'unità della Chiesa quando la comunione istituzionale formale coesiste con la documentata persecuzione di coloro che ne rifiutano i termini? San Paolo, scrivendo ai Corinzi sulla natura del corpo ecclesiale, offre un'immagine che risuona stranamente in questa situazione: «Se un membro soffre, tutti soffrono con lui; se un membro è onorato, tutti gioiscono con lui» (1 Cor 12,26). Questa solidarietà organica, costitutiva dell'ecclesiologia cattolica, sembra essere messa alla prova da una diplomazia che celebra le nomine convalidate a Roma mentre altri membri dello stesso corpo, a Wenzhou o Zhengding, subiscono detenzione e arresti domiciliari in relativo silenzio.

La verifica della verità attraverso i fatti

Ciò che distingue il rapporto di Human Rights Watch dalle critiche precedenti è proprio il suo approccio sistematico e fattuale, anziché polemico: non si tratta più semplicemente della voce, per quanto autorevole, di un cardinale in pensione, ma di un'indagine documentata su casi specifici, date precise e luoghi precisi – demolizioni di chiese, sparizioni forzate e pressioni coercitive sui fedeli affinché aderissero all'Associazione Patriottica. Questo passaggio da una critica teologica interna a una documentazione fattuale esterna cambia la natura del dibattito. Costringe la Santa Sede a rispondere non a preoccupazioni pastorali, ma a un insieme di prove – e ad oggi la Segreteria di Stato non ha offerto alcuna risposta ufficiale dettagliata a queste specifiche accuse.

Questa mancanza di reazione pubblica, che persiste dall'aprile 2016, data di pubblicazione del primo rapporto, e si è ripetuta ad agosto con la relazione annuale, lascia un vuoto che altre voci si affrettano a colmare, a volte in modo oltraggioso, a volte con un rigore che merita di essere ascoltato. Taiwan, le cui autorità osservano con costante preoccupazione questo riavvicinamento sino-vaticano dal 2018, lo interpreta come un'ulteriore conferma del fatto che Pechino stia strumentalizzando la diplomazia religiosa al servizio di una più ampia strategia di legittimazione internazionale. Anche gli Stati Uniti, impegnati in una rivalità strategica globale con la Cina, percepiscono questa questione come un'arena in cui la libertà religiosa funge da indicatore di tensioni geopolitiche più ampie, il che, paradossalmente, complica ulteriormente la capacità del Vaticano di rispondere senza essere a sua volta strumentalizzato da una parte o dall'altra.

Cosa dovrà decidere il 2028

L'accordo scade, in linea di principio, nell'ottobre del 2028, a meno che non venga rinnovato anticipatamente secondo le consuete procedure di rinnovo discrete. Questa scadenza offre a Leone XIV un lasso di tempo relativamente ampio per definire la propria dottrina, distinta dall'eredità lasciata da Francesco e istituzionalmente sostenuta dal cardinale Parolin. Nulla indica, allo stato attuale, che l'attuale pontefice stia considerando una rottura: le cinque nomine convalidate nei suoi tredici mesi di pontificato, al contrario, testimoniano una chiara continuità. Ma il rapporto di Human Rights Watch introduce un nuovo fattore in questa tempistica: la documentata pressione internazionale che renderà più difficile, con l'avvicinarsi del 2028, il rinnovo del testo senza un sostanziale chiarimento pubblico del suo contenuto, delle sue garanzie effettive e del suo impatto reale sulle comunità perseguitate.

Il profeta Isaia, in un oracolo rivolto a un popolo tentato da alleanze opportunistiche con potenze straniere, mette in guardia dal riporre eccessiva fiducia nei calcoli politici a scapito della lealtà interiore: «Guai a coloro che scendono in Egitto per chiedere aiuto, che si affidano ai cavalli, che confidano nei carri perché sono numerosi!» (Isaia 31,1). Non si tratta di una condanna inequivocabile di ogni forma di diplomazia – Isaia stesso altrove riconosce la legittimità di alleanze prudenti – ma di un monito sulla gerarchia delle responsabilità: quando il calcolo politico diventa il criterio ultimo di giudizio pastorale, a discapito della lealtà verso i membri più deboli del gregge, si perde qualcosa di essenziale, anche se l'intento iniziale rimane la protezione della maggioranza.

Lectio divina

📜
Lectio — Lettura

«Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la propria vita per le sue pecore» (Giovanni 10,11).

🧠
Meditatio — Per meditare

Quando pensate ai vescovi imprigionati di Wenzhou o Zhengding, cosa provate: rabbia, impotenza o un silenzio che rispecchia quello di Roma? Voi, che forse vivete la vostra fede liberamente, senza mai temere per la vostra libertà di andare a Messa, riuscite davvero a comprendere cosa significhi essere una pecora dispersa da un potere che vuole integrarvi con la forza nel suo gregge? E se il vero coraggio non consistesse nello scegliere tra la negoziazione e la rottura, ma nel rifiutare che il silenzio diventi una politica? Cosa fareste se il vostro vescovo scomparisse senza processo e il mondo continuasse a celebrare la pace ritrovata?

🙏
Orazione — Pregare

Signore, tu, buon pastore, conosci per nome ciascuna delle tue pecore, anche quelle rinchiuse, anche quelle la cui chiesa è stata rasa al suolo. Tu non negozi mai la tua presenza; la doni interamente, fino alla croce. Guarda Wenzhou, guarda Zhengding, guarda coloro che sono costretti a scegliere tra la prigione e il silenzio imposto. Dona alla tua Chiesa la forza di nominare senza timore ciò che ferisce i tuoi piccoli. Possa la pace apparente non sostituire mai la verità che libera. Tieni stretti coloro che oggi portano le tue catene, come li hai tenuti stretti ieri.

Contemplatio: contemplare

Una porta di ferro socchiusa, e dietro di essa, una lampada ancora accesa.

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