Quando l'amore di Dio incontra il nostro rifiuto eppure rimbalza

Di fronte al rifiuto umano, l'amore di Dio non smette mai di rimbalzare. André Louf fa luce sull'apparente fallimento del Figlio inviato.

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Matteo 21, 33–46

33«"Ascoltate un'altra parabola. Sarà un padre di famiglia che vive una vita. L'angolo con un sedile, ho salvato una torcia e ho costruito una torre. "Poi la affittò ad alcuni contadini e partì per un viaggio.". 34Quando arriva il momento del pasto, dovresti essere servito immediatamente e poi restituirlo al suo vigneto. 35Il vino lavorato è pronto quando viene servito, non brucia uno, non cuoce un altro, e lapidarono il terzo. 36Mandò di nuovi altri serviti, in numero maggiore rispetto alla prima volta, e ache loro furono trattati allo stesso modo. 37Infine mandò loro suo figlio, dicendo: rispetteranno mio figlio. 38Quando ho visto la foto ho detto la stessa cosa: "Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e ci impadroniremo della sua eredità". 39Dopo averlo afferrato, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. 40Ora, quando vedi il padre della vigna, da dove è partito quel vinaioli?» 41Essi risposero: «Egli colpirà senza pietà que esti miserabili e darà in affitto la sua vigna ad altri vignaioli, i quali gli daranno il frutto a suo tempo».» 42Gesù dice loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno rigittato è diventata la pietra angolare”? Questo è ciò che ha fatto il Signore, ed è mio piacere vedere quello che sto cercando. 43Perciò vi dico che il regno di Dio vi sarà tolto et dato a un popolo che ne porti i frutti. 44Se la tua faccia è sul tuo corpo, sarà stritolato."» 45Quando sono sacro e ascolto questa parabola, capisco che Gesù parla d'amore. 46E per quanto riguarda il gatto, non farò sapere a nessuno che lo considererò una benedizione.

Un figlio, mandato a ispezionare i contadini del padre, viene ucciso da questi ultimi, che speravano di tenersi l'eredità. Questa è la parabola dei contadini assassini (Mt 21,33-46): Dio, il paziente padrone di una vigna affidata ai contadini, manda prima i suoi servi – i profeti – che vengono tutti picchiati o uccisi, poi, con un atto di fiducia quasi ingenuo, manda il proprio Figlio, dicendo a se stesso: «Avranno rispetto per mio Figlio». I contadini, però, vedono in questo l'occasione perfetta per impadronirsi dell'eredità: lo cacciano dalla vigna e lo uccidono. Gesù pone allora la domanda che infierisce sulla ferita: che cosa farà il padrone della vigna a queste persone?

Un monaco che ha sperimentato il fallimento dall'interno

Innanzitutto, dobbiamo comprendere perché André Louf, e nessun altro, potesse parlare di amore non corrisposto con una compostezza quasi sconcertante. Non è un professore di esegesi che offre un commento distaccato su una parabola difficile. È un uomo che ha trascorso tutta la vita in un chiostro, che per oltre trent'anni ha ricoperto la carica di abate di una comunità monastica e poi, in un'età in cui molti si accontentano delle convenzioni e degli onori consolidati, ha scelto di lasciare tutto per diventare eremita. Questa parabola rivela qualcosa di essenziale: chi parla del fallimento dell'amore divino non è un teorico, ma qualcuno che ha vissuto, nel silenzio di una cella e sotto l'autorità di uomini vulnerabili, cosa significhi amare senza essere ricambiati, sperare senza garanzie, ricominciare da capo all'infinito.

Il testo su cui meditiamo è tratto da una raccolta di omelie, *Felice Debolezza*, pubblicata nel 1998 da Desclée de Brouwer, e comprendente sermoni pronunciati nelle domeniche dell'anno liturgico A. Non si tratta quindi di pagine scritte per una pubblicazione accademica, ma di parole rivolte innanzitutto a una comunità reale, riunita la domenica, con i suoi dubbi, la sua stanchezza, i suoi interrogativi sulla fedeltà di Dio. Il titolo stesso della raccolta – *Felice Debolezza* – annuncia già il paradosso che permea tutto il pensiero di Louf: Dio non agisce nonostante la nostra debolezza, ma in essa, attraverso di essa, a volte persino grazie ad essa. Questo è un tema che attraversa tutta la sua opera spirituale, nutrita dalla tradizione monastica e dalla teologia della grazia, ma sempre ricondotta all'esperienza concreta del credente comune.

Ma ecco cosa fa Louf in questo passo, e cosa osano fare pochi commentatori: pone Dio stesso nella posizione di chi spera, di chi si sbaglia nella sua speranza, eppure non smette mai di amare. «Risparmieranno mio Figlio», aveva pensato Dio nella splendida sincerità del suo amore paterno (Felice Debolezza, p. 218). Questa frase è sconcertante se presa sul serio. Conferisce a Dio una sorta di ingenuità, una fiducia quasi disarmante, come quella di un padre che non riesce a credere che suo figlio verrà maltrattato perché non farebbe mai del male a nessuno. Louf non cerca di proteggere Dio da un goffo antropomorfismo: lo accoglie, perché è esattamente ciò che dice la parabola evangelica, quando il padrone della vigna dice a se stesso, mandando suo figlio a recuperare tanti servi picchiati e uccisi: «Avranno rispetto per mio figlio».

E poi arriva l'osservazione cruda e senza fronzoli: "Non doveva accadere" (Felice Debolezza, p. 218). Tre parole che spengono ogni speranza di un padre. Il Figlio venne dai suoi, dice ancora Louf, riecheggiando il prologo di Giovanni, ma i suoi non lo riconobbero, né riconobbero l'amore del Padre che si manifestava in lui. Qui sta tutto il dramma: non è solo un uomo a essere rifiutato, ma un amore che non viene riconosciuto per quello che è. E questo rifiuto, come tanti altri prima di lui, si conclude con la morte. Louf lo dice senza mezzi termini: lo misero a morte come fecero con tanti altri messaggeri del Padre prima di lui, e "ancora una volta, per l'ultima volta, un amore troppo grande si è concluso con la sconfitta".

Ciò che Louf coglie qui, e che altri commentatori della parabola dei vignaioli assassini non sempre vedono con altrettanta chiarezza, è che il fallimento non è un incidente nella storia della salvezza: ne è il filo conduttore costante, ripetuto, quasi programmatico. Prima del Figlio, c'erano i servi – i profeti – inviati uno dopo l'altro e sistematicamente rifiutati. Il testo di Matteo è esplicito: «I vignaioli afferrarono i suoi servi, ne picchiarono uno, ne uccisero un altro e ne lapidarono un terzo» (Mt 21,35). Non è dunque solo il Figlio ad essere rifiutato: è un'intera stirpe di messaggeri, un'intera storia di amore rifiutato che culmina, senza mai finire, nel rifiuto definitivo di colui che portava in sé la stessa immagine del Padre.

Cosa cambia quando leggi di qualcosa che prende sul serio il fallimento?

Un amore che non calcola le sue probabilità

La prima cosa che questa lettura ribalta in noi è l'idea di un Dio strategico e calcolatore, che sa in anticipo come andranno le cose e che non intraprenderebbe nulla senza la garanzia di successo. Louf capovolge quest'immagine scrivendo che Dio manda suo Figlio nella "splendida sincerità del suo amore paterno" (Felice Debolezza, p. 218). Sincerità: la parola è forte, quasi scandalosa se applicata a Dio. Significa innocenza, assenza di calcolo, una fiducia che non si protegge in anticipo dalla delusione.

Consideriamo una scena ordinaria: dei genitori mandano il loro figlio, da solo per la prima volta, in un gruppo che sperano sia accogliente, dicendosi: "Andrà tutto bene, lo accoglieranno". Sanno, in fondo, che nulla è garantito. Ma scelgono comunque di fidarsi, perché amare, appunto, significa esporsi a ogni rischio. È questa stessa logica, portata all'estremo, che Louf attribuisce a Dio per aver mandato suo Figlio. Non si tratta di un Dio ingenuo, nel senso di facilmente ingannabile, ma di un Dio che sceglie deliberatamente di non proteggere il suo amore con il calcolo, perché un amore calcolato cesserebbe di essere un dono.

Questa prospettiva cambia qualcosa nel nostro modo di amare. Se aspettiamo, prima di amare veramente qualcuno, la certezza che ricambierà, non ameremo mai pienamente. Un amore che si protegge in anticipo dal fallimento non è più vero amore. San Paolo, citato da Louf proprio in questo passo, lo scrive con straordinaria forza: Dio «ha tanto amato il mondo da non risparmiare il proprio Figlio, ma darlo per tutti noi» (Romani 8,32). Questo verbo, «dare», è lo stesso usato per il tradimento di Giuda: Dio dà suo Figlio come un uomo viene consegnato ai suoi nemici. L'amore di Dio non si trattiene sull'orlo dell'abisso.

La ripetizione del fallimento come segno divino

La seconda dimensione che Louf svela, meno immediatamente visibile ma forse ancora più confortante, è che questa storia di fallimento non è isolata: è la struttura stessa del rapporto tra Dio e l'umanità, ripetuta "ogni giorno". "Questa storia d'amore, quella del rapporto tra Dio e ciascuno di noi, è sempre una storia più o meno tormentata" (La felice debolezza, p. 219), scrive, prima di aggiungere che questa storia è "costellata dai molti fallimenti che Dio sperimenta nelle nostre vite".

Ecco una scena fin troppo familiare: qualcuno che, anno dopo anno, promette di cambiare, di pregare di più, di tornare a Dio, e che, anno dopo anno, ricade negli stessi vecchi schemi, nelle stesse distrazioni, negli stessi silenziosi rifiuti. Si potrebbe pensare che Dio, alla fine, si stanchi, o almeno abbassi le sue aspettative, come potrebbe fare un essere umano con un amico che delude sempre. Louf afferma proprio il contrario: questa ripetizione di fallimenti non esaurisce mai l'amore di Dio, perché "l'amore di Dio non è mai giunto alla fine delle sue meraviglie" (La felice debolezza, p. 219). Non si tratta di rassegnata tolleranza, ma di inesauribile fecondità.

Questo pensiero trova una sorprendente risonanza nelle parole di un Padre del Deserto, Abba Sisoes, nei Detti dei Padri del Deserto, il quale, interrogato su cosa fare dopo essere caduti nel peccato sette volte in un solo giorno, risponde semplicemente che bisogna rialzarsi un'ottava volta. Non si tratta di frivolezza morale: è il riconoscimento che la misericordia divina non ha limiti, nessuna soglia di tolleranza che, una volta superata, chiuda definitivamente la porta. Dio, per Louf come per i Padri del Deserto, è colui la cui pazienza non si stanca mai di ricominciare, proprio perché non è una questione di calcolo, ma di dono.

La debolezza si è trasformata in vittoria

La terza dimensione, e senza dubbio la più centrale nel pensiero di Louf, è che non si tratta semplicemente del fatto che Dio sopporti la sconfitta nonostante tutto, ma che trasformi la sconfitta stessa in uno strumento della sua opera. "Colui che trasforma la debolezza in forza, il peccato in ringraziamento e la sconfitta nella vittoria del suo amore" (La felice debolezza, p. 219). Questa frase da sola riassume l'intera teologia della croce: ciò che appare come la sconfitta assoluta di Dio – suo Figlio messo a morte dal suo stesso popolo – diventa, nel Mistero Pasquale, il luogo stesso della salvezza.

Ci viene in mente un'immagine molto semplice: un vasaio il cui vaso si rompe tra le sue mani e che, invece di gettare via i pezzi, li ricompone in una forma nuova, diversa, a volte persino più bella della prima. Non che la rottura non sia avvenuta; è che la rottura stessa diventa la materia della creazione. Sant'Agostino, in una celebre omelia, osa un'espressione ancora più audace: "felix culpa", la felice colpa, riguardo al peccato di Adamo, che meritò un tale Redentore. Louf, discreto erede di questa tradizione agostiniana, afferma pressappoco la stessa cosa quando sostiene che il fallimento diventa, nelle mani di Dio, una vittoria del suo amore – non nonostante il fallimento, ma attraverso di esso, come se il fallimento umano fosse proprio il luogo in cui l'amore divino sceglie di dispiegarsi con la massima forza.

Quando l'amore di Dio incontra il nostro rifiuto eppure rimbalza

Cosa lascia dentro di noi questa meditazione

Ciò che questo passo di Louf lascia in noi, se gli permettiamo di operare la sua magia, è innanzitutto un nuovo modo di guardare ai nostri fallimenti davanti a Dio. Tendiamo a credere che le nostre mancanze, le nostre ripetute infedeltà, le nostre preghiere abbandonate, inficino gradualmente il nostro rapporto con Lui, come se ogni caduta allargasse un po' di più il divario. Louf ribalta questa prospettiva: è proprio in questo spazio di fallimento che Dio continua ad amare, senza esaurimento, senza stanchezza, con la stessa sincerità che aveva quando ha mandato suo Figlio. I nostri fallimenti non sono il punto in cui finisce l'amore di Dio, ma il luogo in cui si manifesta con maggiore intensità, perché è lì che Egli sceglie, ancora e ancora, di rimanere.

Questa lettura ci invita anche a smettere di giudicare la nostra capacità di amare unicamente in base al criterio del successo. Se Dio stesso, nel suo amore per noi, sperimenta il fallimento – un fallimento reale, non simulato, non previsto da un calcolo – allora i nostri tentativi falliti di amare, i nostri atti di carità mal accolti, i nostri sforzi per raggiungere una persona cara che ci sfugge, non sono vani. Essi fanno parte della stessa logica del Padre che manda il Figlio: un amore donato senza garanzia di ricompensa, che trova la sua verità non nel risultato ottenuto, ma nel dono stesso.

Questo pensiero non è esclusivo di Louf; estende un'intuizione antica e costante della tradizione spirituale cristiana, che vede nella Croce non un deplorevole incidente, bensì il luogo paradossale della vittoria. Dai Padri della Chiesa ai mistici medievali, passando per la teologia monastica, di cui Louf è erede diretto, questa convinzione è perdurata nei secoli: Dio non cessa mai di amare, neanche – e soprattutto – quando questo amore viene rifiutato, ed è proprio da questo rifiuto, accolto fino alla fine, che scaturisce la risurrezione.

Ciò che resta, dunque, è un gesto molto semplice da accogliere: smettere di misurare il nostro valore davanti a Dio con il metro dei nostri successi spirituali e accettare di essere tra coloro che Dio continua ad amare proprio laddove noi non siamo riusciti ad amarlo a nostra volta. "Davvero, questa è l'opera del Signore che si compie tutto il giorno, meravigliosa ai nostri occhi", scrive Louf a conclusione di questa pagina (Felice Debolezza, p. 219) – una discreta citazione dal Salmo 117, che ci ricorda che questa meraviglia non si svolge in un lontano passato biblico, ma oggi, nel tessuto ordinario delle nostre vite travagliate.

Lectio divina

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Lectio — Lettura

«Il padrone della vigna mandò altri servi [...] e infine mandò loro suo figlio, dicendo tra sé: »Avranno rispetto per mio figlio”» (Mt 21,36-37).

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Meditatio — Per meditare

E tu, che volto offri a colui che Dio continua a mandarti, giorno dopo giorno, nonostante i tuoi rifiuti passati? Riesci ancora a riconoscere l'amore del Padre quando si manifesta in modi inaspettati? Quante volte hai inconsapevolmente allontanato dalla tua vigna colui che è venuto a mettere alla prova i frutti di un amore che credevi appartenesse solo a te? Cosa dentro di te si rifiuta ancora di credere che l'amore possa essere donato senza alcuna garanzia di ricompensa?

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Orazione — Pregare

Signore, tu hai mandato tuo Figlio nella purezza del tuo amore paterno, e noi non lo abbiamo riconosciuto. Perdonaci per aver così spesso scacciato dalla nostra vigna colui che veniva a cercarci. Insegnaci ad accogliere il tuo amore senza prima calcolarne il prezzo. Tu che trasformi i nostri fallimenti in silenziose vittorie, rimani questa sera alla porta del nostro rifiuto. Non stancarti mai di mandarci tuo Figlio. Fa' che i nostri fallimenti diventino il luogo stesso della tua grazia.

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Contemplatio: contemplare

Un vigneto autunnale, i cui pesanti grappoli sono caduti a terra, eppure, un torchio in attesa.

✝ Riferimenti biblici

3 brani · 3 libri
Giovanni
📖 Codice — Libro biblico

Giovanni Evangelista (tradizione) · 90-100 d.C. · 879 versetti

Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito. (Giovanni 3:16)

Il Vangelo della Parola: una teologia profonda dell'Incarnazione e dei segni di Gesù.

→ Esplora il Codice Giovanni
Romani
📖 Codice — Libro biblico

Paolo di Tarso · 57 d.C. · 433 versetti

Il giusto vivrà per fede. (Romani 1:17)

La grande sintesi teologica di Paolo: peccato, grazia, giustificazione e vita nello Spirito.

→ Esplora il Codice Romano

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