- Due immagini di tutti i giorni, un unico appello radicale
- Il sale, ovvero l'arte di farlo scomparire per dare sapore.
- La luce, ovvero la radiazione che ci permette di vedere
- Il paradosso dell'occultamento: meno ci vediamo, più agiamo
- La stella e il discepolo: due logiche opposte
- La città sulla montagna: visibilità senza narcisismo
- La sepoltura come forma d'amore
- Un impegno personale e comunitario inscindibile
- Nessuno può essere solo nel proprio angolo
- La Chiesa, una comunità di testimoni
- Applicazioni pratiche: essere sale e luce oggi
- Riscoprire il sapore di chi siamo
- ✝ Riferimenti biblici
Ci sono parole di Gesù che entrano nell'orecchio come ovvie, e che, una volta che ci si sofferma veramente su di esse, si rivelano veri e propri terremoti spirituali. «Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo» (Mt 5,13-14) è una di quelle frasi che a prima vista sembrano semplici, quasi ingenue nella loro simbologia domestica – il sale che passa di mano in mano a tavola, la lampada che si accende la sera – e che, a un esame più attento, racchiudono una delle esigenze più radicali del Vangelo.
Non si tratta di un gentile invito, di un programma facoltativo per i più motivati. È una definizione. Gesù non dice diventare sale e luce, né provare ad essere Sale e luce. Disse: sei. Presente, incondizionato, senza sfumature. Non descrive un ideale da raggiungere, ma una realtà già presente, inscritta nell'identità stessa del discepolo. Ed è proprio qui che diventa vertiginoso.
Perché noi, che ci consideriamo limitati, fragili e spesso incoerenti con le nostre stesse convinzioni, ascoltiamo queste parole e ci chiediamo: di cosa sta parlando? Del sale? Di me, che a volte dimentico di pregare, che inciampo sulle parole nel momento sbagliato, che mi scoraggio per le notizie dal mondo? Eppure – ed ecco il genio di Gesù – le due immagini scelte non si riferiscono all'eroismo, né al successo spirituale, né alla sfarzosa visibilità sulla scena pubblica. Si riferiscono a qualcosa di molto più discreto, molto più profondo e, in definitiva, molto più rivoluzionario.
Questa meditazione si propone di prendersi il tempo necessario per svelare queste due immagini – sale e luce – per comprendere cosa esse realmente rivelino sulla vocazione cristiana, sul paradosso della sepoltura e sulla dimensione indissolubilmente personale e comunitaria di una testimonianza che non appartiene a se stessa.
Due immagini di tutti i giorni, un unico appello radicale
Il sale, ovvero l'arte di farlo scomparire per dare sapore.
Il sale è una delle sostanze più comuni per l'umanità, nonché una delle più preziose. Nell'antichità, il sale non veniva usato solo per esaltare i sapori: serviva a conservare, purificare e proteggere dal deterioramento. I soldati romani venivano pagati in parte in sale, da cui la parola stipendio. Le alleanze venivano suggellate con un pasto salato. Il sale aveva una dimensione sia vitale che sacra. Nel Levitico, si trova tra le offerte al Tempio. Nell'immaginario biblico, era il simbolo di ciò che perdura, di ciò che resiste al tempo, di ciò che è fedele.
Quando Gesù disse ai suoi discepoli: voi siete il sale della terra, Li colloca all'interno di questa ricca tradizione. Ma ciò che colpisce è la logica intrinseca del sale: si fonde con ciò che insaporisce. Non si vede il sale nel brodo. Non lo si distingue nel pane. Eppure, è lì, e la sua assenza si nota immediatamente. Un piatto senza sale è insipido, piatto, inerte. Ed è proprio scomparendo che il sale assolve alla sua funzione.
Questa è un'immagine assolutamente non spettacolare. Il sale non è lì per essere notato. È lì per migliorare tutto il resto. Non attira l'attenzione su di sé; aggiunge sapore a ciò che lo circonda. E Gesù disse: questo è ciò che sei per il terra — non per il tuo quartiere, non per la tua cerchia di amici, non per la tua parrocchia. Per il terra. La parola è universale, senza confini.
Quest'immagine presenta immediatamente un paradosso fondamentale: più il discepolo è egocentrico, più diventa insipido. Il sale che non aggiunge più sale è inutile – Gesù lo dice esplicitamente più avanti nel versetto (Mt 5,13). E il sale che rimane nel suo salino, ben disposto e conservato, è sale che ha fallito nel suo scopo. È destinato a mescolarsi, a perdersi, a dissolversi al contatto con la realtà del mondo.
In questo risiede una pedagogia spirituale di straordinaria profondità. Non è l'autopromozione a fare un discepolo, bensì la disponibilità a rimanere nell'ombra. È la disponibilità a servire inosservati, ad agire senza essere applauditi, ad arricchire la vita degli altri senza trarne un immediato vantaggio personale. E, paradossalmente, è proprio questa logica – la logica del dono disinteressato, della presenza discreta, dell'influenza silenziosa – che cambia davvero qualcosa nel tessuto del mondo.
La luce, ovvero la radiazione che ci permette di vedere
La seconda immagine sembra, a prima vista, meno paradossale. La luce, d'altra parte, è visibile. Brilla. Illumina. Quando accendi una lampada, non la nascondi sotto il moggio (Matteo 5:15): l'immagine è quasi comica nella sua ovvietà. Che senso avrebbe accendere una lampada solo per nasconderla? È fatta per essere messa sul candelabro, per irradiare luce in tutta la casa.
Ma ecco il punto cruciale: la luce rende visibili le cose, non si rende visibile da sola. Quando entri in una stanza illuminata, non guardi la lampadina. Guardi la stanza. Vedi i mobili, i volti delle persone, il libro sul tavolo. È la luce che rende visibili le cose, non che si rende visibile al posto delle cose.
Questa distinzione è cruciale per comprendere ciò che Gesù sta chiedendo. Non sta dicendo: mettetevi in mostra, fatevi notare, assicuratevi una presenza mediatica. Sta dicendo: risplendete affinché gli altri vi vedano. Vedere cosa? Gesù stesso risponde: "affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli" (Matteo 5:16). La luce del discepolo non ha lo scopo di attirare l'ammirazione su di lui, ma di dirigere il suo sguardo verso Dio.
Questa è una differenza fondamentale di orientamento. Nella cultura contemporanea, in particolare nell'era dei social media, la tentazione è quella di essere visto, per costruire un immagine, esistere agli occhi degli altri. Gesù propone proprio l'opposto: essere una luce che si dissolve in ciò che illumina, che scompare nella luce che diffonde. Il discepolo non è una stella. È una finestra. E più trasparente è la finestra, meglio lascia entrare la luce dall'esterno.
Tra le due immagini, dunque, si riscontra una profonda coerenza: il sale scompare nel piatto, la luce si dissolve in ciò che illumina. In entrambi i casi, la logica del discepolo è improntata al servizio, al dono, a una presenza orientata verso l'altro piuttosto che verso se stesso. Non si tratta di un annullamento di sé inteso come passività rassegnata, bensì come un dono attivo, una presenza pienamente coinvolta, ma non incentrata su se stessa.
Il paradosso dell'occultamento: meno ci vediamo, più agiamo
La stella e il discepolo: due logiche opposte
Viviamo in un mondo che ha elevato la visibilità allo status di valore assoluto. Esistere oggi significa essere visti. Essere notati, essere ascoltati, occupare spazio, attirare l'attenzione. Gli influencer moderni hanno costruito imperi su questo principio: più sei visibile, più esisti, più conti. E questa logica si è ampiamente infiltrata negli stessi ambienti cristiani: stiamo parlando di’impatto, Di ambito, Di’pubblico, Di velocità virale.
Ma Gesù, nelle due immagini del sale e della luce, propone una logica radicalmente diversa. Non una logica di invisibilità fine a se stessa – che sarebbe egocentrismo, timidezza mascherata da umiltà. Bensì una logica in cui la visibilità è sempre al servizio di qualcosa di diverso da sé. Il sale è visibile nella saliera, ma compie il suo scopo scomparendo. La luce è visibile sul lampione, ma la sua vera opera si compie in ciò che illumina.
La differenza tra una stella e un discepolo sta nella direzione del loro sguardo. Una stella guarda dentro di sé, attira l'attenzione su di sé e si nutre dell'attenzione altrui. Un discepolo guarda fuori, dirigendo l'attenzione verso ciò che è buono, vero e bello, in definitiva verso Dio stesso. Una stella è uno specchio. Un discepolo è una finestra.
Questa distinzione non è insignificante in un contesto in cui persino gli impegni cristiani pubblici possono diventare strumenti per costruire un'identità personale anziché atti di servizio. Quante volte, negli ambienti religiosi come altrove, vediamo persone che fanno del bene ma hanno bisogno che sia risaputo, che testimoniano ma la cui testimonianza è attentamente orchestrata, che servono ma il cui servizio è sempre un po' troppo esposto? Non si tratta di un giudizio, ma di una tentazione universale, alla quale tutti soccombiamo in misura diversa. Ma è proprio da questa tentazione che le immagini di Gesù ci liberano, se siamo disposti a prenderle sul serio.
La città sulla montagna: visibilità senza narcisismo
Gesù inserisce una terza immagine, spesso meno discussa, tra le due immagini del sale e della luce: «Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta» (Mt 5,14). Quest'immagine merita maggiore attenzione.
La città sulla montagna è visibile. È impossibile non notarla: è strutturale, geografica. Non si nasconde, ma non si mette nemmeno in mostra. È lì, visibile perché è ciò che è, dove è. La sua visibilità non è il risultato di una strategia di comunicazione, di una politica di presenza mediatica o del desiderio di essere vista. È semplicemente visibile perché è costruita dove è costruita.
È l'immagine della Chiesa come comunità. Non dell'individuo isolato che risplende, ma di una comunità che, attraverso la sua coerenza, la sua unità, la qualità della sua vita fraterna, diventa indispensabile. La città sulla montagna non cerca di essere vista, ma è vista perché è reale.
Quest'immagine racchiude al contempo una promessa e un monito. La promessa: se la comunità cristiana vive veramente il Vangelo, se è autenticamente uno spazio di carità, verità, perdono e accoglienza, sarà visibile. Non perché abbia investito nella sua comunicazione esteriore, ma perché una vita autentica è attraente. Il mondo, che è alla ricerca – e lo è anche quando non sa cosa sta cercando – sarà attratto da una comunità che vive ciò che predica.
L'avvertimento: una comunità che finge di essere vista senza esserlo veramente, che coltiva le apparenze senza sostanza, che brilla in superficie ma manca di coerenza nel suo nucleo, non è una città sulla montagna, è una facciata. E le facciate, prima o poi, crollano. La vera visibilità, secondo Gesù, è il frutto di una vita autentica. Non si può fabbricare.
La sepoltura come forma d'amore
Questo punto va sottolineato perché tocca il cuore della spiritualità cristiana: seppellirsi non è una forma di abdicazione, bensì una forma d'amore.
Pensate al chicco di grano. Pensate al seme che il contadino seppellisce nella terra. Nessuno vede il lavoro che si svolge sottoterra. Per settimane, in superficie non accade nulla. Eppure, è lì, nell'oscurità della terra, che tutto ha luogo. La germinazione è invisibile. La crescita delle radici è invisibile. E poi, un giorno, lo stelo spunta e arriva il raccolto: visibile, abbondante, reale.
Il sale nel piatto, la luce nella notte, il grano nella terra: è tutta la stessa logica. La logica del dare che non cerca alcun tornaconto personale. La logica della presenza che serve senza essere usata. La logica della vita donata che genera altre vite.
«"L'occhio è la lampada del corpo. Se l'occhio è sano, tutto il corpo sarà pieno di luce."» (Mt 6,22) — Gesù tornerà su questa logica più avanti: ciò che illumina è l'intenzione. Ciò che conferisce qualità al sale è la sua natura intrinseca. Ciò che rende luminosa una testimonianza è la coerenza tra vita interiore ed esteriore, tra fede professata ed esperienza vissuta.
E forse questa è la domanda più personale che queste immagini pongono a ciascuno di noi: nella mia vita quotidiana, sono un sale che insaporisce le vite che tocco? La mia presenza nella mia cerchia professionale, familiare e sociale rende le cose migliori, più vere, più umane, senza che io debba vantarmene? Sono una luce che aiuta gli altri a vedere, a capire e a trovare la loro strada, oppure uso la mia fede come una lampada puntata negli occhi delle persone?

Un impegno personale e comunitario inscindibile
Nessuno può essere solo nel proprio angolo
Esiste un'interpretazione individualistica di queste immagini che sarebbe allettante ma errata. Si potrebbe sentire dire: "Ogni discepolo, nella propria vita personale, deve essere sale e luce". Ed è vero, ma non è sufficiente. Perché Gesù, nel Sermone della Montagna, non si rivolge a singoli individui isolati. Si rivolge a una comunità di discepoli riuniti attorno a lui. VOI di "tu sei il sale" è un VOI plurale.
Questo cambia tutto. Non è: Ognuno di voi, preso singolarmente, è sale e luce. È : Insieme, siete sale e luce.. L'intera comunità dei discepoli è chiamata a questa missione. E nessun discepolo può compierla da solo.
Non si tratta semplicemente di efficacia, sebbene l'unione faccia la forza, come si suol dire. Si tratta della natura stessa della testimonianza cristiana. Ciò che in definitiva testimonia il Vangelo non è principalmente un discorso, per quanto brillante, né tantomeno una vita individuale esemplare. È la qualità di una relazione tra persone che vivono sotto lo stesso Signore. È la fraternità resa visibile. È la carità che fluisce liberamente all'interno di una comunità.
Gesù lo dirà in altre parole, nel Vangelo di Giovanni: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri».» (Gv 13,35). Il segno della presenza cristiana nel mondo è l'amore reciproco. Non i risultati individuali dei suoi membri – la loro pietà visibile, le loro buone opere pubblicizzate – ma la qualità delle loro relazioni reciproche. La luce qui è la comunione.
Questo cambiamento è importante. Ci libera da una sorta di insopportabile pressione personale: l'idea che io, da solo, debba essere abbastanza brillante, abbastanza "salato", abbastanza perfetto da giustificare il mio titolo di discepolo. No: la vocazione di sale e luce è una vocazione comunitaria. Si vive insieme, in una Chiesa, in una parrocchia, in un gruppo, in una famiglia. E in questo contesto comunitario, il mio contributo non deve essere spettacolare per essere reale.
La Chiesa, una comunità di testimoni
Questa dimensione comunitaria della testimonianza ci porta a pensare alla Chiesa in modo diverso da come istituzione amministrativa o fornitore di servizi religiosi. Da questa prospettiva, la Chiesa è una comunità missionaria, non nel senso di un'organizzazione rivolta verso l'esterno e impegnata nel proselitismo, ma nel senso di una comunità la cui vita interiore è essa stessa testimonianza.
La città sulla montagna è una Chiesa. E questa Chiesa è visibile, non perché abbia edifici splendidi (sebbene l'architettura possa testimoniarlo), non perché disponga di potenti mezzi di comunicazione (sebbene la comunicazione abbia la sua importanza), non perché abbia personalità carismatiche che brillano sulla scena pubblica (sebbene le testimonianze personali abbiano il loro valore), ma perché vive ciò che predica.
Una Chiesa che vive veramente il Vangelo è una Chiesa in cui le persone sono accolte senza giudizio. Dove i feriti trovano uno spazio per guarire. Dove i poveri non solo vengono aiutati, ma rispettati. Dove le differenze sono integrate in un'unità più grande. Dove la preghiera non è una formalità, ma un respiro reale. Dove il perdono non è una parola, ma una pratica. Questa Chiesa risplende. Arricchisce il mondo che la circonda semplicemente essendo ciò che è.
Ed è qui che ogni membro della Chiesa ha un ruolo da svolgere. Non attraverso la pratica della fede, ma vivendola – imperfettamente, senza dubbio, con i suoi fallimenti e i suoi nuovi inizi – ma autenticamente. Perché la testimonianza cristiana più potente non è il discorso di chi crede di avere tutto sotto controllo, ma la vita di chi ci prova davvero, che cade e si rialza, che crede anche quando è difficile, che ama anche quando costa.
La tensione tra profezia e servizio
Dobbiamo andare oltre, perché la missione del sale e della luce ha una dimensione profetica che non può essere ignorata. Il sale non si limita a conservare, ma rivela anche. Quando saliamo il cibo, ne esaltiamo il sapore intrinseco, certo, ma ne mettiamo anche in evidenza la naturale insipidezza. In alcune culture bibliche, il sale era associato all'incorruttibilità: era l'antitesi della corruzione.
Pertanto, la vocazione del sale racchiude una dimensione di resistenza alla corruzione. Essere sale nel mondo non significa semplicemente rendere il mondo più piacevole, ma anche resistere al suo decadimento. Significa rifiutarsi di rimanere inerti di fronte all'ingiustizia. Significa mantenere un livello di rigore morale, verità e dignità umana, anche quando ciò risulta scomodo. Non si tratta di moralismo, né di un condiscendente senso di superiorità. È semplicemente fedeltà al proprio essere e, di conseguenza, resistenza a ciò che distrugge.
Allo stesso modo, la luce rivela. Non lascia nulla nell'ombra. Mostra ciò che è: il bello e il brutto, l'ordine e il disordine. La comunità cristiana, vivendo il Vangelo, dice qualcosa sul mondo: dice che le relazioni umane possono essere fondate sulla generosità piuttosto che sull'egoismo, sulla verità piuttosto che sulla menzogna, sul perdono piuttosto che sul risentimento. E questa affermazione ha una dimensione critica implicita: contraddice le logiche dominanti, propone un altro modo di essere umani.
È una profezia senza violenza, una sfida senza aggressività. Non la denuncia vendicativa di chi si crede puro, ma l'umile testimonianza di chi ha scoperto qualcosa di vero e non può fingere che non esista.
Applicazioni pratiche: essere sale e luce oggi
Tutto questo è meraviglioso, ma come si traduce in azioni concrete? Perché il Vangelo non è fatto per rimanere nell'aria, ma per attecchire in vite reali, situazioni reali, relazioni reali.
Nella vita di tutti i giorni. Essere sale nella vita di tutti i giorni significa decidere di non lasciare che la mediocrità metta radici negli spazi che abitiamo. Significa rifiutare la strada più facile del cinismo, la naturale inclinazione al "che senso ha?". Significa scegliere, ancora e ancora, di trattare le persone con dignità: il collega difficile, il vicino scomodo, la persona che ci ha ferito. Non perché sia eroico, ma perché è ciò che siamo. E gradualmente, impercettibilmente, questo modo di essere cambia l'atmosfera.
Un esempio concreto: in un ufficio dove i rapporti sono tesi, una sola persona che mantiene un atteggiamento gentile, che si rifiuta di partecipare ai pettegolezzi, che si prende il tempo di chiedere "Come stai?" e aspetta sinceramente la risposta, può trasformare gradualmente l'atmosfera del gruppo. Non predica. Non si vanta della propria fede. È semplicemente presente, come il sale in un piatto. E il piatto ha un sapore migliore.
Nelle relazioni familiari. Essere una luce nella propria famiglia a volte significa semplicemente essere presenti, veramente presenti, non solo fisicamente. Significa spegnere lo schermo e guardare il proprio figlio. Significa fare una domanda e ascoltare davvero la risposta. Significa dire "Ti voglio bene" e "Mi dispiace" con una regolarità che dice molto su ciò in cui si crede. La famiglia è il primo luogo in cui la fede si incarna, o meno. E una famiglia che vive il Vangelo dall'interno è come una città sulla montagna per coloro che la osservano dall'esterno.
Nella vita della Chiesa. Essere sale nella propria comunità cristiana significa non aspettare che gli altri si impegnino prima di farlo personalmente. Significa partecipare – al servizio, all'accoglienza, alla preghiera comunitaria – senza calcolare cosa se ne ricava. Significa anche avere il coraggio di dire la verità fraternamente quando le cose si fanno difficili, senza permettere che la disfunzione si incancrenisca per comodità o per codardia. E significa creare le condizioni affinché i nuovi arrivati si sentano accolti, ovvero: trovare una luce, non una facciata.
Nell'ambito del coinvolgimento pubblico. Dobbiamo parlare anche della sfera pubblica, pur trattandosi di un argomento delicato. I cristiani non sono chiamati ad astenersi dal dibattito pubblico in nome di un'impossibile neutralità. Sono chiamati a partecipare come cittadini a pieno titolo, con la propria sensibilità, la propria visione dell'umanità, la propria attenzione per i più vulnerabili – senza teocrazia, ma nemmeno abdicazione. Essere una luce nella sfera pubblica significa contribuire a un dibattito più umano, più attento alle persone reali che si celano dietro le statistiche, più interessato al lungo termine che al breve termine.

Riscoprire il sapore di chi siamo
In definitiva, c'è qualcosa di liberatorio in queste due immagini. Perché non ci chiedono di diventare qualcun altro. Ci ricordano chi siamo già.
Sei sale. Sei Luce. Non è un programma da attuare, una performance da raggiungere, una competizione da vincere. È un'identità da abbracciare. E abbracciare la propria identità significa agire di conseguenza, non con sforzi forzati, ma con coerenza interiore.
La sfida è non perdere il proprio sapore. Gesù stesso si preoccupa di questo: «Se il sale perde il suo sapore, con che cosa lo si potrà salare?» (Matteo 5,13). E il sale perde il suo sapore quando diventa qualcosa di diverso da se stesso, quando si invischia troppo in compromessi, quando si accontenta dell'insipidezza, quando cessa di essere ciò che è e si confonde con l'atmosfera generale. La grande tentazione del discepolo non è quella di brillare troppo, ma di svanire dolcemente, di diventare così simile al mondo da non notare più alcuna differenza.
Il significato spirituale di queste immagini, quindi, non risiede tanto nel fare di più – più azioni, più presenza, più testimonianza – quanto nell'essere più pienamente ciò che siamo. Nel tornare alla fonte. Nel riscoprire, attraverso la preghiera, i sacramenti, la comunità e il contatto con la Parola, quel sapore originario che è il Vangelo. E nel permettere a quel sapore di permeare, lentamente, umilmente e pazientemente, ogni aspetto della nostra vita.
Il sale non si vede nel piatto. La luce non si impone nella stanza. La città sulla montagna non ha bisogno di pubblicità. Ma è lì: reale, attiva, trasformativa. E questo basta.
Forse questa è la grazia più discreta e profonda del Vangelo: che il mondo possa essere un posto migliore anche senza che tu sia in prima pagina. Che le vite possano cambiare senza che tu te ne accorga. Che la luce che porti dentro di te – imperfetta, a volte tremolante, ma reale – continui a brillare nell'oscurità, molto tempo dopo che ti sei addormentato.
«Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli».» (Mt 5,16).
✝ Riferimenti biblici
2 brani · 2 libri
Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito. (Giovanni 3:16)
Il Vangelo della Parola: una teologia profonda dell'Incarnazione e dei segni di Gesù.
→ Esplora il Codice Giovanni- «"Se mi ami": desiderare Dio, permettergli di dimorare in te, imparare a fidarti
- «"Amen, amen" — Quando la parola definitiva apre un nuovo mondo
- Dare per ricevere di più: la grammatica segreta del surplus
- L'amore come eredità: quando Dio dona tutto, fino all'ultima briciola di gloria
- Quando l'amore compie la Legge: la rivoluzione evangelica del cuore
- Hildesheim, 8 maggio: Quando la Chiesa riconciliata dice no all'oblio
- Leone XIV a Pompei: il papa pellegrino e il mistero del Rosario
- La pace liturgica, condizione per la missione: Leone XIV tende la mano ai cattolici di Francia
- Pasqua 2026: Il ritorno del figliol prodigo — Il risveglio cattolico americano e le sue radici profonde

Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. (Matteo 28:20)
Il Vangelo del Re: Gesù, il nuovo Mosè, adempie le Scritture per Israele e per le nazioni.
→ Esplora il Codice di Matteo- La natura radicale del Vangelo: quando Dio si rifiuta di invecchiare
- Non temete coloro che uccidono il corpo: Leone XIV e la vittoria nascosta dei martiri
- Pregare senza testimoni: cosa rivela il segreto su Dio e su di noi
- Soli con Dio: l'arte della preghiera interiore secondo Adrien Candiard
- «Egli fa sorgere il suo sole su tutti» — Clemente di Alessandria e la luce che non sceglie i suoi destinatari
- Quando l'anatema bussa alla porta del Parlamento
- Quando Cesare invoca Cristo: Leone XIV, Trump e la frattura del cristianesimo americano
- La pace come vocazione: il Vaticano in prima linea per l'Ucraina
- Sulla soglia di Pietro: cosa rivela la visita ad limina dei vescovi del Pakistan sulla Chiesa universale
