- Perché Dio preferisce la tavola dei peccatori al trono dei giusti
- Un ufficio di riscossione in riva al lago
- La chiamata che non chiede nulla prima di dare tutto
- Il pasto che ha scandalizzato le persone perbene
- Misericordia anziché sacrificio: la frase che cambia tutto
- Cosa cambia concretamente questo testo nella tua vita
- L'eco patristica, liturgica e martirologica del testo
- Lectio divina
- Lascia che questa parola agisca dentro di te
- Cosa dice questo testo in un'epoca di selezione e merito
- Preghiera
- Alzati subito
- Pratiche
- Riferimenti
- ✝ Riferimenti biblici
Vangelo di Gesù Cristo secondo San Matteo
9Mentre Gesù lasciava que luogo, vide unomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposto, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. 10Ora, sono stato lì per un po' a casa di Matteo, ci sono un gran numero di pubblicini e peccatori e se non hai un tavolo con lui e sai che è discreto. 11Vedendo ciò, i farisei dissero ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani et ai peccatori?».» 12Allora diciamo così: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, mais i malati. 13Andate e imparate che cosa significa questa parola: Misericordia io voglio e non sacrificio, perché non sono sede a chiamare i giusti, ma i peccatori.»
È mezzogiorno a Cafarnao e l'uomo più odiato della città sta contando monete. Nessuno gli si avvicina: la gente attraversa la strada, quasi sputandogli davanti al suo negozio. Matteo lo sa: ha venduto l'anima a Roma, intascandosi l'odio dei suoi vicini con ogni tassa riscossa. Poi un'ombra si ferma davanti alla sua scrivania. Due parole, appena accennate: "Seguimi". Nessuna spiegazione, nessuna precondizione, nessuna richiesta di pentimento. L'uomo con i conti falsificati si alza, lascia tutto – il denaro, i registri, l'amara sicurezza della sua riscossione – e segue uno sconosciuto. Quella stessa sera, la sua casa è piena: ex colleghi dell'ufficio delle imposte, donne cadute in disgrazia, emarginati di ogni genere, riuniti attorno al tavolo con questo rabbino che non teme nulla. Fuori, le persone perbene che hanno sempre fatto la cosa giusta soffocano di indignazione. Ed è lì, tra vino versato e troppe risate, che Gesù ha pronunciato la frase che ha infranto ogni categoria religiosa: non è venuto per coloro che non hanno bisogno di nulla.
Perché Dio preferisce la tavola dei peccatori al trono dei giusti
Qualche parola sulla chiamata che ti scuote nel profondo, sulla misericordia che ti sconvolge e sul posto che Dio ha in serbo per te, anche se pensi di non meritarlo.
Questo testo è per te se a volte ti senti troppo spezzato per la fede, troppo distante, troppo compromesso. Racconta la supplica di un uomo disprezzato, lo shock di un pasto scandaloso e una frase che ribalta ogni logica di merito religioso. Ti troverà conforto se il senso di colpa ti ha allontanato da Dio e spunti di riflessione se, come i farisei, mantieni le distanze da coloro che "non lo meritano".
Cominceremo esaminando il contesto concreto di questa scena a Cafarnao, per poi analizzare il gesto centrale: una chiamata incondizionata. Tre aree esploreranno quindi il significato del testo: l'identità di Matteo, lo scandalo del pasto condiviso e la citazione di Osea sulla misericordia. Seguiranno le implicazioni per la vita quotidiana, le voci della tradizione che hanno meditato su questo brano per venti secoli, un momento di Lectio Divina e suggerimenti pratici per permettere a questo messaggio di agire dentro di voi.Un ufficio di riscossione in riva al lago
Cafarnao non è un villaggio remoto. È un vivace centro commerciale, situato sulla strada che collega Damasco al Mediterraneo, sulle rive del Mar di Galilea. Dove passano le merci, passano anche le tasse, e quindi gli esattori delle tasse, quei funzionari locali impiegati dall'amministrazione di Erode Antipa o direttamente da Roma per riscuotere pedaggi e dazi doganali. Matteo, che il Vangelo di Marco chiama Levi, gestisce un negozio vicino al posto di frontiera, dove transitano carovane e pescatori.La professione di esattore delle tasse non è solo impopolare, ma è strutturalmente corrotta. Il sistema romano si basa su un contratto di locazione: lo Stato vende in anticipo il diritto di riscuotere le tasse e l'esattore recupera il suo investimento prendendo una percentuale dai contribuenti. In termini pratici, ciò significa che più Matteo estorce, più si arricchisce. Agli occhi dei suoi correligionari, quindi, non è semplicemente un ingranaggio dell'occupazione straniera; è un traditore che si arricchisce a spese del suo stesso popolo, un collaboratore volontario dell'oppressore.
Nella mentalità religiosa dell'epoca, questa collaborazione ebbe una conseguenza radicale: il pubblicano era ritualmente impuro. Maneggiava denaro pagano recante l'immagine di Cesare, frequentava non ebrei, conduceva una vita di frode organizzata. Nei testi rabbinici, veniva classificato insieme a ladri e assassini, una categoria di emarginati che non si potevano né chiamare a testimoniare in tribunale né frequentare senza contaminarsi. Essere un pubblicano significava essere socialmente morto all'interno della comunità di Israele, pur rimanendo in vita.È proprio a quest'uomo che Gesù rivolge uno sguardo "mentre cammina". Il testo greco usa un participio che suggerisce un movimento continuo: Gesù non si ferma ad osservare; vede mentre cammina, ed è questo sguardo in movimento che si trasforma in una chiamata. Nulla nella narrazione indica alcuna preparazione, confessione o segno di pentimento da parte di Matteo. La chiamata precede tutto. È qui che emerge il paradosso centrale, un paradosso che il resto del testo svilupperà.
La chiamata che non chiede nulla prima di dare tutto
La logica religiosa ordinaria opera per fasi: ci si purifica, ci si pente, ci si rende degni, e solo allora ci si può avvicinare a Dio. Gesù inverte questa sequenza in modo quasi brutale. Non dice a Matteo: "Prima convertiti, poi torna a me". Dice: "Seguimi": due parole, un imperativo categorico, rivolto a un uomo dedito all'evasione fiscale, seduto al suo posto nel peccato organizzato.
Questo capovolgimento non è un mero dettaglio narrativo: è il cuore teologico del testo. La chiamata non ricompensa una conversione già avvenuta; la innesca. Matteo risorge: il verbo greco usato, egertheis, è lo stesso della risurrezione. L'evangelista sceglie deliberatamente una parola che evoca una risurrezione dai morti, come se lasciare questo ufficio equivalesse a uscire dalla tomba. La grazia precede il merito; non lo presuppone, lo crea.
E questa grazia ha un prezzo immediato, visibile e materiale: Matthieu abbandona il suo lavoro. A differenza dei pescatori Pierre, André, Jacques e Jean, che possono tornare alle loro reti dopo una pesca deludente, Matthieu non può tornare al suo posto di raccoglitore una volta partito: la sua posizione verrà immediatamente riassegnata a qualcun altro. La sua partenza è quindi irreversibile. È un atto di rottura totale, sia economica che sociale, fin dal momento stesso in cui viene fatta la chiamata.Ciò che è ancora più sorprendente è quello che Matteo fa con la sua ritrovata libertà: organizza un banchetto. L'uomo liberato dal suo incarico fraudolento non ha bisogno di mesi per tornare ad essere "rispettabile" prima di osare invitare Gesù a casa sua. Agisce immediatamente, con la spontaneità di chi ha appena respirato per la prima volta dopo anni, e invita tutti coloro che ancora gli somigliano.
Il pasto che ha scandalizzato le persone perbene
La scena del pasto è il vero fulcro drammatico del testo, ancor più della chiamata stessa. Mangiare insieme nell'antico mondo mediterraneo non era mai un atto neutro: condividere un tavolo significava riconoscere l'altro come un pari, accettarne la presenza nel proprio spazio più intimo. Sedendosi a tavola a casa di Matteo, in mezzo a pubblicani e a coloro che il testo chiama semplicemente "peccatori" – indubbiamente persone escluse per le loro professioni ritenute immorali, come prostitute o usurai – Gesù compie un gesto pubblico di notevole importanza sociale.
I farisei non si lasciano ingannare. La loro domanda – «Perché il vostro maestro mangia con i pubblicani e i peccatori?» – non è semplice curiosità, ma un'accusa mascherata da domanda. Non si rivolgono nemmeno direttamente a Gesù, ma passano attraverso i discepoli, quasi a voler sottolineare come tale comportamento squalifichi il maestro stesso da qualsiasi serio dialogo teologico. Un rabbino degno di questo nome non condivide la tavola con gli impuri.
Questa indignazione rivela una concezione capovolta della santità, basata sul contagio: nella mentalità farisaica, è l'impuro che contamina il puro, mai il contrario. Avvicinarsi a un peccatore significa rischiare la propria purezza rituale. Gesù ribalta completamente questa logica: non è il peccatore che contamina il giusto, ma la presenza di Dio che guarisce il peccatore. La santità, per lui, non è fragile, ma contagiosa nella direzione opposta.
C'è qualcosa di vertiginoso nell'osservare l'esatta composizione degli ospiti attorno a questo tavolo. Matteo è stato appena chiamato; ha seguito Gesù solo per poche ore, forse solo per pochi istanti. Eppure, il suo primo atto da discepolo è quello di radunare tutti coloro che ancora conosce – i suoi ex colleghi, i suoi amici ai margini – per condurli alla presenza di colui che lo ha appena salvato. Il neoconvertito diventa, senza indugio, un uomo di evangelizzazione istintiva: non tiene Gesù per sé; condivide immediatamente ciò che ha appena ricevuto.
Misericordia anziché sacrificio: la frase che cambia tutto
La risposta di Gesù inizia con un'immagine medica disarmantemente semplice: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati". Questa affermazione apparentemente innocua, tuttavia, sovverte la gerarchia religiosa istintiva. Implica che Gesù si definisca medico, un'identità che comporta la vicinanza fisica alla malattia, mai una distanza protettiva.
Ma è la frase successiva a provocare il vero shock teologico: «Andate e imparate che cosa significa: »Voglio misericordia e non sacrificio«». Gesù sta citando il profeta Osea (Osea 6,6), un testo che ogni fariseo conosce a memoria. Inviando i suoi interlocutori a “imparare” un versetto che già sanno recitare, Gesù non li accusa di ignoranza biblica, bensì di non aver mai permesso a questo versetto di influenzare la loro vita quotidiana. Si può conoscere la Scrittura a memoria e non coglierne affatto il significato.
La parola ebraica tradotta con "misericordia", hesed, va ben oltre la semplice compassione sentimentale: significa la leale fedeltà di un patto, quel tenace attaccamento che Dio mantiene verso il suo popolo anche quando questo lo tradisce. Citando Osea, Gesù non sta quindi proponendo una vaga etica della bontà: sta affermando che Dio stesso, nel corso della storia di Israele, ha sempre preferito una relazione fedele al rituale formale. Il sacrificio senza misericordia non è che un guscio vuoto.
Questa gerarchia non abolisce il culto, bensì lo subordina. Il sacrificio ha il suo posto, ma solo come espressione di una relazione già esistente, mai come suo sostituto. Un fariseo scrupoloso può moltiplicare le osservanze rituali rifiutandosi categoricamente di sedersi accanto a un peccatore pentito: è proprio questa contraddizione che Gesù denuncia, non per disprezzo del rituale, ma perché il rituale disgiunto dalla misericordia diventa una frode spirituale, analoga alla frode fiscale di Matteo.

Cosa cambia concretamente questo testo nella tua vita
Innanzitutto, nella tua vita personale: se porti dentro di te un senso di colpa che ti tiene lontano da Dio, questo testo ti dice che la chiamata non dipende da alcuna purificazione preliminare. Non devi "guadagnarti" il tuo posto a tavola prima di sederti. L'azione di Matteo – alzarsi immediatamente, senza esitazioni – diventa un modello: la conversione inizia con l'azione, non con un perfetto esame di coscienza.
Nelle vostre relazioni, dunque: chi evitate oggi per un riflesso di purezza? Il testo vi invita a individuare le vostre tendenze farisaiche, quelle distanze che mantenete, a volte inconsciamente, con persone che considerate troppo imperfette, troppo compromesse, troppo diverse. La misericordia non è una scelta spirituale facoltativa: è il criterio stesso con cui Dio definisce se stesso.
A livello sociale, questo testo solleva interrogativi anche sulle tue affiliazioni. Matteo, dopo la sua conversione, non nasconde i suoi ex compagni pubblicani: li riunisce attorno a Gesù. La tua fede ti porta a recidere i legami con il tuo passato, o a diventare un ponte tra esso e Cristo? L'autentica conversione non fugge dagli ambienti da cui proviene, ma vi ritorna, trasformata, per rendere testimonianza.Infine, nella vostra vita ecclesiale, questo testo si interroga su come la vostra comunità accoglie – o non accoglie – coloro che arrivano gravati da un passato difficile, una reputazione macchiata e una vita ancora visibilmente disordinata. Una parrocchia fedele a questo Vangelo assomiglia più alla tavola di Matteo che a un gruppo di persone già sane.
L'eco patristica, liturgica e martirologica del testo
Giovanni Crisostomo, nelle sue Omelie su Matteo (Omelia 30), si sofferma a lungo sulla prontezza di Matteo ad alzarsi senza indugio: egli vede in questo la prova che l'anima, una volta toccata dalla grazia, non ha bisogno di lunghe riflessioni per rispondere. Sottolinea inoltre che Matteo, nello scrivere il suo Vangelo, non cela mai la sua precedente, vergognosa professione di fede – un segno, secondo lui, di autentica umiltà che non cerca di cancellare il suo passato, ma di farne fonte di lode. Girolamo di Stridone, nel suo Commentario al Vangelo di Matteo, sottolinea il contrasto tra la chiamata del pescatore e quella del pubblicano: i primi lasciano le reti, mentre Matteo lascia il denaro stesso, rendendo il suo distacco ancora più radicale. Girolamo osserva inoltre che Matteo, nel suo racconto, si attribuisce umilmente il nome dispregiativo di "pubblicano", mentre il Vangelo di Marco, scritto da terzi, preferisce chiamarlo Levi – un segno sottile che l'evangelista scrive con una maggiore consapevolezza della sua vita precedente alla grazia divina. Agostino d'Ippona, nei suoi Sermoni (in particolare il Sermone 87), riflette sulla citazione di Osea per affermare che Dio non rifiuta mai un sacrificio offerto con un cuore misericordioso, ma rifiuta qualsiasi sacrificio che pretenda di sostituire la conversione del cuore. Collega questa scena alla propria esperienza di convertito tardivo, leggendo nell'appello di Matteo la promessa che nessuna vita, per quanto dispersa, è al di fuori della portata della grazia. Tommaso d'Aquino, nel suo commentario su Matteo all'interno della Catena Aurea, raccoglie queste letture patristiche e mette in evidenza un dettaglio strutturale: Gesù chiama Matteo "di passaggio", un gesto apparentemente innocuo che tuttavia rivela una provvidenza all'opera nell'ordinario: Dio non aspetta circostanze solenni per sconvolgere un'esistenza.Liturgicamente, questo brano viene tradizionalmente proclamato nella festa di San Matteo, il 21 settembre, quando la Chiesa celebra la radicale trasformazione del pubblicano in apostolo ed evangelista. La liturgia sceglie deliberatamente questo testo per ricordarci che la santità non si misura mai in base a un punto di partenza sociale o morale, ma in base alla risposta data alla chiamata. Questo stesso brano ricorre frequentemente anche nel Tempo Ordinario come lettura evangelica della settimana, offrendo all'assemblea una regolare meditazione sulla misericordia come chiave per comprendere tutte le azioni di Dio.
Nella tradizione martirologica si ritiene che Matteo, secondo antiche tradizioni riportate in particolare da Eusebio di Cesarea nella sua Storia ecclesiastica, abbia continuato la sua predicazione oltre la Palestina prima di morire martire: colui che fu chiamato "di passaggio" divenne, fino alla fine, un uomo che non smise mai di levarsi per seguire. Per una prospettiva più contemporanea, possiamo citare il cardinale Jorge Mario Bergoglio, che ancor prima della sua elezione a Papa Francesco scelse come motto episcopale Miserando atque eligendo — «guardandolo con misericordia, lo scelse» — ispirandosi direttamente a un'omelia di Beda il Venerabile sulla scena della chiamata di Matteo. Questo motto, divenuto poi anche suo motto papale, racchiude perfettamente la teologia del testo: lo sguardo di Gesù precede e fonda la scelta; la misericordia non attende mai il merito per agire.Lectio divina
«Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati». Matteo 9:12
Forse ti definisci ancora in base ai tuoi difetti, come se fossero la parola definitiva su chi sei. Ma Gesù non vede Matteo come un caso di frode da indagare; lo vede come un uomo da guarire. Quale parte di te credi sia troppo malata per essere toccata da questo dottore? Cosa ti impedisce di credere che questo sguardo si fermi anche alla tua scrivania?
Signore, medico che non fuggi dalla malattia, avvicinati a ciò che ancora nascondo dentro di me. Tu vedi i miei racconti falsificati, i miei compromessi non confessati, e non ti allontani. Concedimi di credere che la tua chiamata non richiede una guarigione preliminare. Fammi, come Matteo, uno che si alza senza aspettare di essere pronto.
Una mano si protese sopra una scrivania ricoperta di monete, e un uomo si alzò in piedi.
Lascia che questa parola agisca dentro di te
Inizia rileggendo lentamente la scena, mettendoti nei panni di Matthew seduto alla sua scrivania. Osserva, senza giudicarli, gli "uffici" in cui ti trovi anche tu oggi: le abitudini, i compromessi, gli ambiti della tua vita che ritieni indegni di una chiamata.
Poi, scegli qualcuno che eviti, istintivamente o per giudizio, e chiediti cosa significherebbe, concretamente questa settimana, condividere un pasto o un momento con quella persona. Non per convertirla, ma semplicemente per sederti accanto a lei, come Gesù sedeva accanto ai pubblicani.
Infine, tornate alle parole di Osea: "Voglio misericordia e non sacrificio", e individuate nella vostra pratica religiosa cosa costituisce un rituale privo di cuore. Un atto concreto di misericordia questa settimana vale più di ripetute osservanze prive di amore.
Cosa dice questo testo in un'epoca di selezione e merito
La nostra epoca si basa in gran parte sulla logica del merito: giudichiamo, classifichiamo e selezioniamo in base alle prestazioni, alla rispettabilità e alla conformità alle norme sociali. I social media amplificano questo riflesso farisaico su una scala senza precedenti: designiamo pubblicamente chi merita indignazione, chi merita l'esclusione, spesso senza alcuna possibilità di appello o ricorso.
Questo testo si oppone direttamente a questa cultura dell'esilio permanente. Non nega la gravità del peccato di Matteo: la frode, la complicità, l'ingiustizia sociale sono reali e vengono nominate come tali. Ma si rifiuta di lasciare che questa gravità diventi una condanna irrevocabile. La misericordia non è la negazione del male commesso: è la convinzione che nessuno è riducibile al suo atto peggiore.
Questa sfumatura è preziosa oggi, quando la richiesta di giustizia viene talvolta confusa con il rifiuto di qualsiasi riabilitazione. La Chiesa stessa non è immune alla tentazione farisaica: accogliere i peccatori a parole rimane più facile che accoglierli con i fatti, alla sua mensa, nelle sue responsabilità, nelle sue interazioni quotidiane.
Preghiera
Signore, tu che sei passato davanti al mio ufficio senza prima chiedermi spiegazioni, ti ringrazio per quello sguardo che precede ogni merito. Hai visto Matteo in mezzo ai suoi conti falsificati e non hai aspettato che cambiasse prima di chiamarlo: insegnami a credere che tu veda allo stesso modo anche me, nei miei compromessi irrisolti.
Tu che sedevi alla tavola dei peccatori senza timore di contaminarti, concedimi la tua serena audacia. Possa io smettere di giudicare chi merita la mia presenza e chi no; possa io smettere di selezionare gli ospiti alla mia tavola intima secondo criteri che tu non hai mai stabilito.
Insegnami cosa significa veramente "Desidero misericordia, non sacrificio". Possa il mio comportamento religioso non diventare mai una barriera tra te e coloro che ami. Possa io preferire sempre una relazione viva alla vana osservanza, un pasto condiviso a un giudizio pronunciato da lontano.
E quando verrà il momento per me di alzarmi, di lasciare ciò che mi trattiene, questo ufficio dove conto le mie false sicurezze, concedimi la prontezza di Matteo. Che nessuna esitazione ritardi la mia risposta alla tua chiamata. Amen.
Alzati subito
Non esiste un momento perfetto per alzarsi dalla scrivania. Matteo non aspettò di aver terminato i conti della giornata, né di aver risolto la sua situazione con Roma, né di essersi sentito interiormente pronto. Arrivò la chiamata e lui si alzò, in quell'istante, con tutto ciò che ancora era, imperfetto e compromesso.
Questo testo non ti chiede di essere degno prima di rispondere. Ti chiede di alzarti. Oggi, ora, con quello che sei. La tavola è già apparecchiata e il posto che ti aspetta non è mai dipeso dai tuoi meriti.
Pratiche
Questa settimana, condividete un pasto con qualcuno che di solito evitate, senza alcuna intenzione di giudicarlo o correggerlo.
Individua un "ufficio" nella tua vita — un'abitudine, una zona grigia — e nominalo semplicemente davanti a Dio, senza giustificarti.
Rileggi Osea 6:6 ogni mattina per una settimana, chiedendoti in quali ambiti della tua pratica religiosa c'è bisogno di più cuore.
Scrivi il nome di qualcuno che giudichi facilmente e prega per lui prima di pregare per te stesso.
Questo mese, scegli un atto concreto di misericordia piuttosto che un nuovo proposito rituale.
Riferimenti
L'antichità e i Padri della Chiesa (I-V secolo)
- Giovanni Crisostomo, Omelie su Matteo, Omelia XXX — meditazione sulla prontezza di Matteo nell'alzarsi senza indugio, intesa come segno di un'anima toccata dalla grazia e che non necessita di lunghe riflessioni.
- Girolamo di Stridone, Commentario al Vangelo di Matteo - analisi del contrasto tra la vocazione dei pescatori e quella del pubblicano, e dell'umiltà di Matteo che si attribuisce questo nome sprezzante nella sua stessa storia.
- Agostino d'Ippona, Sermoni, Sermone 87 — meditazione sulla citazione di Osea che afferma che Dio rifiuta qualsiasi sacrificio che pretenda di sostituire la conversione del cuore, illuminata dall'esperienza personale dell'autore di una conversione tardiva.
- Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica - fonte di antiche tradizioni sulla predicazione e il martirio di Matteo al di fuori della Palestina.
I padri tardi e il Medioevo (V-XV secolo)
- Tommaso d'Aquino, Catena Aurea, commentario su Matteo — raccolta di letture patristiche che mettono in luce l'azione della provvidenza nel gesto apparentemente innocuo della chiamata "di passaggio".
- Beda il Venerabile, omelia sulla vocazione di Matteo — fonte dell'espressione Miserando atque eligendo, successivamente adottata come motto episcopale e pontificio.
Contemporaneo (XX-XXI secolo)
- Papa Francesco (Cardinale Jorge Mario Bergoglio), motto episcopale e pontificio Miserando atque eligendo — riassunto teologico del testo secondo il quale lo sguardo misericordioso di Gesù precede e fonda la scelta dei chiamati.
✝ Riferimenti biblici
3 brani · 3 libri
Il Figlio dell'uomo è venuto per servire e per dare la sua vita in riscatto. (Marco 10:45)
Il Vangelo dell'azione: Gesù, il servo potente, rivelato come Figlio di Dio sulla croce.
→ Esplora il Codice Marc- Il sabato non è stato concepito per incatenarci, ma per riportarci alla vita.
- Ciò che Giovanni Cassiano vede nel digiuno che noi non vediamo più
- Il tempo dello Sposo: quando la presenza del Messia trasforma il nostro rapporto con il digiuno
- Guarire con Cristo: come la Chiesa continua l'opera del Medico delle anime e dei corpi
- Cristo, un compimento vivente: quando la Legge diventa libertà

Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. (Matteo 28:20)
Il Vangelo del Re: Gesù, il nuovo Mosè, adempie le Scritture per Israele e per le nazioni.
→ Esplora il Codice di Matteo- Perché fate ciò che non è lecito fare di sabato? (Luca 6:1-5)
- Questo è ciò che andava praticato, senza trascurare il resto (Mt 23,23-26).
- Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello (Mt 18,15-20).
- Non è forse figlio del falegname? E da dove gli vengono tutte queste cose? (Mt 13,54-58)
- La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi (Mt 9,32-38)
- Come bambini: da Origene alla fraternità di Cristo
- Perché Dio attende la nostra preghiera per salvare il mondo
- Ciò che Matteo aveva compreso prima di noi sull'arte di lasciare tutto nelle mani di Dio.
- Non ha fatto nulla per meritarsi la chiamata che lo ha colto di sorpresa alla sua scrivania.
- Il cuore che non sa chiudere la porta alla sventura altrui
- Quando l'Africa salvò il sacerdozio polacco: la grande inversione di tendenza missionaria
- Uganda: Quando la Chiesa guarisce i corpi, rivela il volto di Dio ai dimenticati
- Il modello di Seul: quando i laici formano sacerdoti attraverso la preghiera.
- Orlando, un numero e una chiamata: perché Leone XIV parla di vocazioni alle suore scomparse

È l'amore che mi piace, non il sacrificio. (Osea 6:6)
L'amore coniugale di Dio per l'Israele infedele: un invito al ritorno e alla conversione.
→ Esplora il Codice di Osea- Il Papa in scarpe da ginnastica: cosa rivela davvero l'abitudine di Leone XIV
- Lourdes cela i suoi mosaici: quando la Chiesa sceglie la ferita anziché l'immagine
- La Francia rivela il suo vero volto: il Papa affronta le ferite della Chiesa
- Leone XIV ritorna in un continente in preda al dubbio: cosa rivela il viaggio di novembre sul cattolicesimo latinoamericano.




















































