C'è un nome che pochi pellegrini pronunciano mentre attraversano le aride colline a est di Ramallah, eppure, dal 9 agosto 2026, questo nome porta con sé il peso di una realtà che nessun commentatore avrebbe osato profetizzare. Taybeh, l'ultimo villaggio interamente cristiano della Cisgiordania, è stato dichiarato "zona militare chiusa" dall'esercito israeliano, ufficialmente per proteggerlo dai crescenti attacchi dei coloni. Ma questo nome arabo, che significa "il buono", cela un altro nome, più antico e più cupo: Efraim. È lì, in questa piccola città ora circondata da barriere metalliche e insediamenti, che il Vangelo colloca l'ultimo rifugio di Gesù prima della sua Passione, quando "i sommi sacerdoti e i farisei" avevano deciso di metterlo a morte: "Si ritirò nella regione desertica vicina, in una città chiamata Efraim, e là rimase con i suoi discepoli" (Giovanni 11,54).
Questo versetto, a lungo interpretato come un mero dettaglio topografico nella storia della resurrezione di Lazzaro, assume nell'estate del 2026 una risonanza che trascende l'esegesi accademica. Il luogo in cui il Figlio di Dio si nascose per sfuggire alla morte imminente è tornato, duemila anni dopo, a essere un rifugio, un luogo in cui la gente attende che la violenza si plachi, un luogo in cui, ogni mattina, si chiede se la presenza cristiana sopravvivrà alla prossima generazione. I leader religiosi locali, dal parroco al Patriarca di Gerusalemme, non nascondono più la loro ansia: a Taybeh non è in gioco solo la sicurezza militare, ma la possibilità stessa che, tra qualche decennio, l'ultima comunità interamente cristiana sulla Terra, la culla del Cristianesimo, scompaia.
Una città sotto sigillo, una popolazione in declino
Il 9 agosto 2026, il capo del Comando Centrale dell'esercito israeliano ha firmato un decreto che dichiara Taybeh, insieme al vicino villaggio di Rammun, "zona militare chiusa". Il provvedimento, presentato come uno scudo per impedire a israeliani e coloni di entrare nell'area dopo una serie di attacchi, tra cui il raid del 5 agosto contro un'abitazione disabitata, in teoria vieta l'accesso al villaggio a cittadini israeliani e stranieri, ma lascia liberi i residenti palestinesi di circolare. Padre Bachar Fawadleh, parroco della Chiesa latina di Cristo Redentore, ha inizialmente accolto la decisione con cauto ottimismo: "La dichiarazione di Taybeh come zona militare chiusa per i non residenti israeliani può essere un passo positivo se effettivamente e coerentemente applicata per impedire ai coloni di entrare nella nostra terra e commettere ulteriori attacchi".
Ma l'ordinanza, spiegata in modo poco chiaro, ha generato più confusione che rassicurazioni. Impedisce l'ingresso a israeliani e stranieri senza alcun legame diretto con il villaggio, lasciando al contempo l'esercito stesso vago sulle modalità concrete di attuazione e controllo. Sul posto, i giornalisti che tentano di raggiungere il villaggio impiegano quasi un'ora per percorrere i dodici chilometri che separano Taybeh da Ramallah, a causa dei posti di blocco militari disseminati lungo la strada. Un cancello metallico installato dall'esercito, che si apre e si chiude senza preavviso, blocca ora il traffico quotidiano verso le principali città palestinesi circostanti. La cosiddetta zona chiusa, quindi, non solo protegge dall'intrusione dei coloni, ma isola anche il villaggio, limitando l'accesso dei residenti ai propri uliveti, terreni agricoli e mezzi di sussistenza.
Questa stretta amministrativa sta colpendo duramente una comunità già impoverita. Negli anni '80 Taybeh contava circa tremila abitanti; oggi, secondo le stime più recenti delle chiese locali, ne ha solo tra mille e milleduecento. Dall'inizio della guerra a Gaza nell'ottobre del 2023, almeno quindici o sedici famiglie hanno lasciato il villaggio, il che significa che circa settanta persone sono state sradicate dalla loro terra ancestrale. Nadim Khoury, fondatore del primo birrificio in Palestina, situato a Taybeh, riassume la spirale discendente con lucida amarezza: "Quindici famiglie se ne sono già andate dal 23 ottobre, perché non c'è più un futuro per loro". Il reverendo Mitri Raheb, fondatore dell'Università Dar al-Kalima a Betlemme, si spinge ancora oltre nel suo avvertimento: se le condizioni attuali persistono, avverte, entro il 2050 non rimarrà un solo cristiano in Cisgiordania. Più di duecento famiglie cristiane hanno già lasciato il territorio occupato dal 2023.
Cosa rivela il nome nascosto di Taybeh
Dobbiamo momentaneamente sospendere l'analisi geopolitica per tornare a ciò che ci insegna la geografia sacra. I pellegrini dell'antichità, già nell'itinerario di Bordeaux del 333 d.C., identificavano Efraim con l'odierna Taybeh, a circa venti chilometri a nord-est di Gerusalemme, ai margini del deserto di Giudea. Gli scavi francescani condotti sul sito hanno portato alla luce ceramiche domestiche del I secolo, torchi per il vino e vasi rituali in pietra, confermando l'esistenza di una fiorente comunità ebraica proprio nel periodo in cui Gesù vi si ritirò. Non si tratta quindi di una semplice coincidenza biblica: è un luogo reale, datato e scavato, che il Vangelo di Giovanni designa come ultimo rifugio prima dell'ingresso a Gerusalemme e della Passione.
Il contesto di questo ritiro merita un'attenta considerazione. Poco prima, nell'undicesimo capitolo del Vangelo di Giovanni, il sommo sacerdote Caifa aveva pronunciato davanti al Sinedrio questa terribile e involontariamente profetica affermazione: «È meglio per voi che un solo uomo muoia per il popolo, piuttosto che perisca tutta la nazione» (Gv 11,50). Fu in seguito a questo complotto contro la sua vita che Gesù «cessò di frequentare pubblicamente i Giudei» e si recò a Efraim. Il ritiro, quindi, non fu una fuga dettata dalla paura, ma un'attesa strategica, un tempo sospeso in attesa dell'ora stabilita dal Padre. L'evangelista precisa, con una sobrietà che allude all'intensità del momento: «Rimase là con i suoi discepoli» (Gv 11,54). Questo soggiorno a Efraim fu un tempo di stretta comunione, di fraternità vissuta nell'incertezza, a pochi chilometri dalla città dove si stava tramando la sua morte.
Ma è proprio questo che gli abitanti di Taybeh stanno vivendo oggi: un tempo sospeso, una comunità ripiegata su se stessa, una fraternità messa alla prova dalla costante vicinanza del pericolo. Il Patriarca latino di Gerusalemme, il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, non ha potuto ignorare questa risonanza quando si è recato a Taybeh sabato 15 agosto 2026 per la festa dell'Assunzione, e ha celebrato la Messa nella chiesa latina di Cristo Redentore. Davanti ai fedeli riuniti, ha pronunciato parole che recano il segno di questa profonda consapevolezza biblica: «Continueremo a fare tutto ciò che è in nostro potere per preservare la presenza della Chiesa qui, a ogni livello, in tutta la Terra Santa. Forse non ho risposte a livello umano o mondano, ma credo in Dio. E sono certo che in Lui possiamo continuare a portare la vita, anche qui a Taybeh». Poi, rivolgendosi direttamente alla comunità: «Siate coraggiosi, non abbiate paura».
Ciò che il patriarca afferma qui, senza nominarlo esplicitamente, è precisamente la logica della ritirata a Efraim: rimanere nel luogo del pericolo senza cedere al panico, abitare l'incertezza senza rinunciare alla speranza. «Vogliamo continuare a essere una comunità che dona la vita, senza rinunciare né abbandonare i nostri diritti, il nostro diritto alla vita», aggiunge, precisando che il potere del male non è assoluto. Queste parole non sono semplici formule di conforto pastorale: fanno parte della continuità teologica di un luogo che, duemila anni prima, era già stato il rifugio del Verbo fatto carne di fronte alla minaccia di morte.

La Chiesa in Terra Santa: una voce che si eleva al vertice
La preoccupazione espressa a Taybeh non si è limitata al livello locale. Già nel luglio 2025, il Patriarca greco-ortodosso Teofilo III e il Cardinale Pizzaballa rilasciarono una dichiarazione congiunta accusando le autorità israeliane di aver agevolato, con la loro inerzia, la presenza di estremisti nei dintorni del villaggio. Il Consiglio dei Patriarchi e dei Capi della Chiesa di Gerusalemme chiese "un'indagine immediata e trasparente" sulla mancata risposta della polizia agli appelli di emergenza della comunità, denunciando una "crescente tendenza ad attacchi sistematici e mirati" che costituiscono "una minaccia diretta e intenzionale" contro il patrimonio storico e religioso dei loro antenati e i luoghi sacri. Il Cardinale Pizzaballa riassunse la situazione in una frase che rimane sorprendentemente attuale anche un anno dopo: "In tutta la Cisgiordania, e non solo qui, l'unica legge che prevale oggi è la legge della forza, di chi ha il potere, non del diritto".
Nello stesso anno, un dossier dettagliato che documentava gli attacchi dei coloni fu presentato a Papa Leone XIV per la revisione, dimostrando che la questione di Taybeh aveva già raggiunto i più alti livelli della Santa Sede ancor prima della chiusura militare del 2026. Anche il presidente francese Emmanuel Macron si rivolse direttamente al Patriarca latino, esprimendo "la solidarietà della Francia a tutti i cristiani palestinesi, da Gaza a Taybeh, che sono attualmente sotto minaccia". Nel giugno 2026, durante una visita in Francia, il cardinale Pizzaballa ribadì la sua preoccupazione, denunciando una situazione in cui "la spiritualità viene confiscata" in Terra Santa.
Papa Leone XIV ha costantemente menzionato la Cisgiordania e Gaza nei suoi discorsi domenicali sin dalla sua elezione. Il 26 luglio 2026, dopo la preghiera dell'Angelus recitata a Castel Gandolfo, ha affermato di seguire "con apprensione la persistenza e l'escalation della violenza in Terra Santa", nominando esplicitamente i territori in questione. Tre settimane dopo, il 16 agosto – due giorni dopo la Messa celebrata da Pizzaballa a Taybeh – il Pontefice ha ribadito il suo appello, dichiarando: "Rinnovo il mio appello a porre fine alla ripetuta violenza contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania" ed esortando "la comunità internazionale ad agire per promuovere la soluzione dei due Stati, per una pace giusta e duratura". Questa ripetuta insistenza, settimana dopo settimana, su un territorio specifico e su una popolazione nominata, riflette una preoccupazione che va oltre la consueta retorica diplomatica della Santa Sede: è l'attenzione rivolta a un gregge concreto, che il Sommo Pastore sa che, per mancanza di protezione, potrebbe scomparire dalla mappa spirituale della Terra Santa.
La tentazione dell'esilio e la lealtà nonostante tutto
Padre Fawadleh, il parroco di Taybeh, cerca ogni giorno di rassicurare i 1.150 abitanti rimasti nel villaggio e di impedirne l'abbandono. Questo compito pastorale assume l'aspetto di una paziente, quasi silenziosa, lotta di resistenza contro il declino demografico tanto quanto contro la violenza fisica. Perché ciò che minaccia Taybeh non è solo l'attacco brutale e visibile – l'incendio di una casa, il bestiame dei coloni liberato negli uliveti, il cartello piantato dai radicali che annuncia "qui non c'è futuro per voi" – ma anche la lenta erosione, il calcolo economico, la domanda che ogni famiglia si pone notte dopo notte: ha senso restare?
Senza accesso ai propri uliveti, senza la possibilità di muoversi liberamente nella regione, molti residenti hanno già scelto di andarsene. L'area agricola di Taybeh si estende per 2.400 ettari, 1.500 dei quali ricadono nella Zona C, la zona in cui l'amministrazione civile e militare israeliana esercita il controllo totale sul territorio: un'area che l'ala più radicale del governo israeliano sta apertamente cercando di annettere, come ha fatto con il 60% della Cisgiordania. Questa realtà amministrativa, invisibile al mondo, pesa molto di più sul futuro del villaggio rispetto alle immagini spettacolari degli scontri sporadici.
Nelle interviste rilasciate negli ultimi mesi, il sacerdote di Taybeh alterna una lucida valutazione della gravità della situazione a un appello alla fermezza spirituale. Ha ammesso che molti nella sua comunità stanno seriamente prendendo in considerazione l'emigrazione e non ha esitato a rivolgersi direttamente alla comunità internazionale, in particolare agli Stati Uniti, chiedendo loro di esercitare pressioni su Israele "se vogliono che i cristiani palestinesi restino". Questa richiesta, fatta con la semplicità di un pastore che vede il suo gregge diminuire, risuona come un'eco tardiva della supplica del profeta Geremia, testimone impotente della dispersione del suo popolo: "Guai a me! Perché il Signore ha aggiunto dolore su dolore. Tutta la mia fatica è vana, la mia tenda è distrutta e tutte le mie corde sono spezzate" (Geremia 10:19-20). L'immagine della tenda lacerata, delle corde spezzate, esprime con una precisione quasi insostenibile ciò che provano le famiglie che, dopo secoli di presenza ininterrotta a Taybeh, stanno pensando di andarsene: non si tratta solo di abbandonare una casa, ma di un intero tessuto di memoria, di liturgia, di fedeltà tramandata di generazione in generazione, che viene fatto a pezzi.
Eppure, proprio nel cuore di questa logoramento, persiste un altro messaggio, intessuto nella Prima Lettera di Pietro, indirizzata ai cristiani dispersi e afflitti dell'Asia Minore: «Anche voi, come pietre vive, venite edificati in una casa spirituale, per essere un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo» (1 Pietro 2,5). Questa immagine della pietra viva, inserita in una struttura più grande di sé, getta una luce particolare su ciò che ogni famiglia rimasta a Taybeh rappresenta: non è sola nel portare il peso della presenza cristiana in Terra Santa; partecipa a un edificio molto più antico e molto più grande, quello di una Chiesa locale che, fin dai tempi apostolici, non è mai completamente scomparsa da questa terra, nonostante le Crociate, gli imperi ottomano e britannico e le guerre che si sono susseguite.
Una presenza che perdura come una pietra angolare
Ciò che Taybeh incarna oggi, al di là dell'immediata crisi della zona militare chiusa, è la questione se la presenza cristiana in Terra Santa sia ancora una vocazione viva o una sopravvivenza in tempo preso in prestito. I leader religiosi locali non nascondono più il fatto che lo scenario di totale scomparsa, evocato dal reverendo Raheb per l'anno 2050, non è più un'ipotesi teorica ma una traiettoria statistica osservabile, anno dopo anno, nei registri parrocchiali. Il Patriarcato latino di Gerusalemme, consapevole di questa urgenza, sta intensificando le sue visite pastorali – quelle di giugno 2024, estate 2025 e 15 agosto 2026 – in uno sforzo visibile per mantenere un legame tangibile tra la Chiesa e una comunità che potrebbe sentirsi abbandonata.
Il cardinale Jean-Marc Aveline, giunto a Taybeh in pellegrinaggio di solidarietà nell'agosto del 2025 con la benedizione di Papa Leone XIV, ha celebrato la Messa insieme ai tre parroci delle comunità cristiane del villaggio. Questo gesto intendeva ricordare a tutti che la Chiesa universale non considera questa comunità una semplice statistica in declino, ma un membro vivo dell'intero corpo ecclesiastico. Questo tipo di visita, ripetuta da diverse figure della Chiesa cattolica, riflette una strategia implicita: contrastare l'isolamento psicologico e spirituale che, ancor più della violenza fisica, spinge le famiglie all'esilio. Un cristiano che si sente dimenticato dal mondo è infatti più propenso a cedere alla tentazione di andarsene rispetto a chi sa che Roma, Marsiglia o Gerusalemme ricordano il suo nome e il suo villaggio.
In questa insistenza delle più alte autorità della Chiesa nel dare un nome a Taybeh, si cela una teologia implicita dell'Incarnazione che merita di essere sottolineata. Il cristianesimo non è una religione di idee astratte: è radicato in luoghi specifici, pietre specifiche, volti specifici. Che Cristo abbia scelto Efraim – il villaggio ora identificato con Taybeh – come luogo del suo riposo finale prima della Passione non è un dettaglio aneddotico della geografia evangelica: è un segno che Dio dimora nei luoghi concreti della fragilità umana, nelle zone di confine, nei villaggi minacciati, nelle comunità con un numero sempre minore di abitanti. Il profeta Sofonia, in un oracolo raramente citato ma di straordinaria attualità per la situazione attuale, aveva già annunciato che il Signore avrebbe radunato un "resto" fedele tra le nazioni disperse: "Lascerò in mezzo a te un popolo umile e pochi, che si rifugeranno nel nome del Signore" (Sofonia 3,12). Questo "resto" – she'erit nell'ebraico biblico – non è un'idea di sconfitta, ma una promessa di fecondità nascosta: il piccolo numero non invalida la missione, bensì la concentra.
Taybeh, con i suoi milleduecento o milleduecento abitanti, incarna oggi, in modo molto concreto, il rimanente di cui parla Sofonia. La sua piccola popolazione non è necessariamente segno di un'estinzione programmata, ma forse, nella logica biblica del rimanente fedele, il luogo stesso in cui si sta preparando una fecondità che le statistiche demografiche non possono misurare. È questa convinzione, più di qualsiasi calcolo geopolitico, che sembra motivare il cardinale Pizzaballa quando afferma che "il potere del male non è assoluto" e invita gli abitanti a rimanere "una comunità che dà vita".
Ma questa speranza teologica non esclude una lucida valutazione delle concrete condizioni materiali che rendono possibile o impossibile questa fedeltà. Senza un accesso sicuro ai terreni agricoli, senza prospettive economiche per le giovani generazioni, senza garanzie di libera circolazione tra il villaggio e i centri urbani circostanti, la teologia del piccolo residuo rischia di diventare un discorso di consolazione scollegato dalla realtà vissuta dalle famiglie indecise tra restare e andarsene. Per questo i ripetuti appelli di Papa Leone XIV alla comunità internazionale, così come le richieste di indagine avanzate dai patriarchi di Gerusalemme, non sono semplici questioni di diplomazia ecclesiastica: costituiscono l'altro lato, necessariamente politico e giuridico, della fedeltà spirituale chiamata a incarnarsi a Taybeh.
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Accedi alla cartella →Il futuro di questo villaggio, dove il Vangelo colloca l'ultimo rifugio di Cristo prima di Gerusalemme, dipenderà dunque da questa duplice vigilanza: quella dei cuori che si rifiutano di cedere alla paura e quella degli organismi internazionali chiamati a garantire che la legge prevalga sulla forza. Il mondo intero guarda, spesso inconsapevolmente, a questo piccolo centro tra le aride colline dove, duemila anni fa, il Figlio dell'uomo scelse di dimorare per un tempo con i suoi discepoli prima di affrontare la Passione – e dove, ancora oggi, discepoli reali rimangono, nell'incertezza, rifiutandosi di abbandonare la terra in cui è nata la loro fede.
Lectio divina
«Si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, e là rimase con i suoi discepoli». Giovanni 11:54
Conosci quel momento in cui restare diventa una scelta più difficile che andarsene? Cristo, minacciato di morte, non fuggì lontano: si ritirò vicino, in un luogo fragile, con i suoi discepoli. Cosa faresti se rimanere fedele alla tua terra significasse vivere ogni giorno sotto minaccia? Sei tra coloro che restano perché credono ancora che la presenza abbia un significato, anche se sono una minoranza, anche se minacciati?
Signore, tu che hai scelto Efraim come rifugio per un certo tempo, guarda oggi Taybeh. Conosci il peso degli ulivi ormai irraggiungibili, delle case che si esita ad abbandonare, dei bambini che si desidera proteggere. Rimani con coloro che restano. Dona loro il tuo coraggio silenzioso, il coraggio che ha attraversato il deserto senza esitare. Fa' che il loro piccolo numero sia una pietra viva nel tuo edificio. Non abbandonarli alla paura.
Nella notte, in un villaggio circondato da colline silenziose, una lampada a olio continua a tremolare.
✝ Riferimenti biblici
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Gettate su di lui ogni vostra preoccupazione, perché siete preziosi ai suoi occhi. (1 Pietro 5:7)
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Il Vangelo della Parola: una teologia profonda dell'Incarnazione e dei segni di Gesù.
→ Esplora il Codice Giovanni- Questo è veramente un israelita: in lui non c'è inganno. (Giovanni 1:45-51)
- Ossa secche, ascoltate la parola del Signore: dalle vostre tombe vi risusciterò, o popolo mio (Ezechiele 37:1-14)
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Stringerò una nuova alleanza con la casa d'Israele. (Geremia 31:31)
Profeta della distruzione di Gerusalemme e della nuova alleanza del cuore.
→ Esplora il Codice di Geremia
Il Signore, il tuo Dio, è in mezzo a te, un guerriero potente che salva. (Sofonia 3:17)
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