- Quando due nazioni cattoliche chiudono le porte l'una all'altra
- La Chiesa che si rifiuta di lasciare che l'emergenza cancelli la dignità
- La diocesi di Cadice-Ceuta e l'organizzazione benefica Concrete Charity
- L'ospitalità come criterio di fede vissuta
- Verso una teologia europea della frontiera
- Ciò che Leone XIV ci ha ricordato fin da Lampedusa
- La responsabilità condivisa dei cattolici in Europa
- Lectio divina
- ✝ Riferimenti biblici
Esattamente un mese dopo l'attraversamento di massa del muro di protezione del Tarajal, l'Italia ha annunciato il 1° settembre la proroga di altri quindici giorni dei controlli alle frontiere con la Spagna, una mossa immediatamente imitata da Madrid in una situazione di stallo apparentemente senza fine. Il Ministero dell'Interno italiano ha giustificato questa decisione citando "la persistenza dei criteri di valutazione che ne avevano motivato la reintroduzione il 1° agosto", mentre il governo spagnolo ha reagito prorogando, a sua volta, fino al 22 settembre i controlli imposti ai viaggiatori provenienti dall'Italia. Ciò che colpisce, a un mese dalla tragedia, non è tanto la persistenza tecnica di questi controlli quanto ciò che essi rivelano: due nazioni fondatrici dell'Unione Europea, due popoli con una profonda tradizione cattolica, preferiscono ora erigere barriere amministrative piuttosto che riconoscere, nei corpi ritrovati sulle spiagge di Ceuta, il volto di Cristo che bussa alla porta. La crisi non riguarda più solo la migrazione; è diventata lo specchio ingranditore di una frattura spirituale europea, dove la paura dell'altro prevale, mese dopo mese, sul dovere di accoglienza che la Scrittura ci ricorda costantemente.
Dobbiamo ricordare quanto accaduto alla fine di luglio. Circa sessantamila persone hanno tentato di attraversare il confine tra il Marocco e l'enclave spagnola di Ceuta, provocando decine di annegamenti nei pressi della diga di Tarajal, mentre nel porto si stava allestendo un obitorio temporaneo per accogliere i corpi in attesa di identificazione. Di fronte a questa silenziosa strage, la Chiesa spagnola, tramite padre Fernando Redondo Pavón, direttore del dipartimento per le migrazioni della Conferenza Episcopale Spagnola, ha immediatamente dichiarato l'evento una "crisi umanitaria", respingendo qualsiasi discorso che sfruttasse queste morti a fini politici. Un mese dopo, mentre i governi si trincerano in una logica di rappresaglia reciproca, questo messaggio pastorale conserva tutta la sua forza e ci invita a esaminare a fondo cosa significhi realmente "chiudere una frontiera" dal punto di vista della fede cristiana.
Quando due nazioni cattoliche chiudono le porte l'una all'altra
La logica della rappresaglia e l'oblio dei morti
Quello che è successo dal 1° agosto è un caso di escalation quasi automatica, in cui ogni decisione amministrativa ne innesca un'altra, senza che la questione fondamentale – quella delle persone morte nel tentativo di attraversare un confine – sia mai veramente al centro del dibattito. L'Italia ha inizialmente sospeso, a partire dal 1° agosto, l'applicazione delle norme Schengen alla Spagna, reintroducendo i controlli alle frontiere aeree e marittime per i cittadini extracomunitari provenienti dalla penisola iberica. La Spagna ha risposto l'8 agosto con controlli reciproci sulle rotte aeree e marittime provenienti dall'Italia, prendendo di mira in particolare i cittadini di paesi terzi. Da allora, ogni scadenza mensile si è trasformata in un nuovo round di questo duello diplomatico: il 31 agosto, Roma ha notificato alla Commissione europea la proroga dei controlli per ulteriori quindici giorni, considerando che "permangono i fattori che ne hanno determinato la reintroduzione il 1° agosto", e Madrid ha risposto entro un'ora con una misura simmetrica valida fino al 22 settembre.
Il Ministro dell'Interno italiano, Matteo Piantedosi, ha comunicato personalmente questa proroga al suo omologo spagnolo, Fernando Grande-Marlaska, mentre il Ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha sottolineato la necessità di contrastare il rischio di infiltrazioni terroristiche per giustificare la ferma posizione di Roma. Dal canto suo, il Presidente del Consiglio spagnolo, Pedro Sánchez, ha invocato la stretta osservanza dei trattati europei, facendo notare che Ceuta e Melilla non fanno parte a tutti gli effetti dell'area Schengen e che i controlli sono già in atto al confine naturale con il Marocco, rendendo, secondo Madrid, infondato qualsiasi sospetto italiano di una possibile "fuga" di migranti verso la penisola. Questo dialogo tra sordi, tra due governi che si accusano a vicenda della crisi, illustra una verità che la Scrittura afferma con sorprendente chiarezza: "Non illuderti: chi semina ingiustizia raccoglierà sventura" (Proverbi 22,8). L'ingiustizia in questione non è solo quella che potrebbe essere stata commessa dall'uno o dall'altro governo, ma l'ingiustizia ben più insidiosa perpetrata da due nazioni che permettono alla paura amministrativa di offuscare la memoria degli annegati del Tarajal.
Cosa rivela la persistenza della controversia
La formulazione utilizzata dal ministero italiano – "le circostanze che l'hanno motivata rimangono" – merita un attento esame, poiché tradisce una visione del confine come barriera permanente piuttosto che come spazio regolamentato di interazione. Roma, tuttavia, precisa di aver preso questa decisione "anche tenendo conto delle iniziative già avviate dalla Spagna, in collaborazione con l'Unione Europea, affinché la situazione in questa regione possa avviarsi verso la normalizzazione nel prossimo futuro". Questa sfumatura diplomatica, quasi un ramoscello d'ulivo nel testo stesso della chiusura, rivela la profonda ambivalenza che pervade tutta l'Europa riguardo alla questione migratoria: i confini sono chiusi, ma si spera in una riapertura; la normalizzazione è sospesa, ma si desidera; c'è diffidenza reciproca, pur riconoscendo che si sta già lavorando per risolvere la crisi.
Questa ambivalenza non è esclusiva dei governi; pervade anche le coscienze dei cattolici comuni, lacerati tra il dovere di carità verso gli stranieri e la legittima preoccupazione per la nostra sicurezza comune. San Paolo, scrivendo ai Romani, ci ricorda: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (Romani 12,21). Questo versetto, raramente citato nei dibattiti sulle migrazioni, illumina tuttavia con forza la situazione attuale: la tentazione, per uno Stato come per un individuo, è quella di rispondere a una crisi con una chiusura speculare, un male con un male equivalente – esattamente ciò che Italia e Spagna hanno fatto nell'ultimo mese, imitando meticolosamente le misure dell'altra. La vocazione cristiana, tuttavia, ci chiama a spezzare questa spirale con un'azione diversa, un atto di gentilezza che non si limiti a rispondere con la stessa moneta.
Il più ampio contesto politico europeo sta ulteriormente esacerbando questa tensione. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha chiesto al Marocco di riammettere immediatamente i migranti irregolari, mentre Francia e Regno Unito hanno offerto il loro sostegno a Madrid, con lo stesso presidente francese Emmanuel Macron che ha ordinato un inasprimento dei controlli alle frontiere con la Spagna. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha definito le immagini provenienti da Ceuta "inaccettabili", ribadendo al contempo che gli attraversamenti irregolari devono cessare e i rimpatri devono essere effettuati rapidamente, in conformità con le norme europee. Questa cacofonia di risposte nazionali, ciascuna dettata dai propri interessi elettorali, dipinge il quadro di un'Europa che, per il momento, ha perso la capacità di considerare la migrazione come una sfida comune che richiede una risposta comune, proprio ciò che l'area Schengen, nel suo principio fondante, avrebbe dovuto incarnare.
La Chiesa che si rifiuta di lasciare che l'emergenza cancelli la dignità
La diocesi di Cadice-Ceuta e l'organizzazione benefica Concrete Charity
Di fronte a questa logica di reciproca chiusura, la risposta della Chiesa locale si è distinta per rapidità e concretezza, in netto contrasto con la lentezza diplomatica delle capitali. Fin dai primissimi giorni della crisi, la Diocesi di Cadice-Ceuta ha messo a disposizione delle autorità e dei migranti in arrivo nell'enclave le proprie strutture di accoglienza, con particolare attenzione ai più vulnerabili, soprattutto ai migranti malati o feriti. Le parrocchie di Ceuta hanno inoltre deciso di destinare le offerte raccolte durante le celebrazioni eucaristiche del fine settimana successivo all'afflusso al sostegno diretto di coloro che erano giunti nei giorni precedenti. Questo gesto discreto, sebbene carico di significato teologico, ricorda che l'Eucaristia stessa – il ricordo del pane spezzato e condiviso – trova la sua naturale estensione nella condivisione materiale con chi ha perso tutto.
Questa carità concreta è radicata in una solida tradizione biblica, che la Prima Lettera di Pietro esprime con particolare forza: «Anche voi, come pietre vive, venite edificati in una casa spirituale» (1 Pietro 2,5). Questo versetto, solitamente meditato per il suo significato ecclesiologico, assume qui una risonanza concreta e quasi architettonica: mentre i governi costruiscono barriere e posti di blocco, la Chiesa locale edifica una struttura fatta di pietre vive, cioè di persone accolte, curate e nutrite. Il contrasto tra queste due forme di costruzione, una pensata per contenere, l'altra per accogliere, racchiude la tensione teologica del nostro tempo.
Padre Fernando Redondo Pavón ha inoltre sottolineato un punto spesso trascurato nel commento politico: ha respinto con fermezza qualsiasi tentativo di collegare il massiccio afflusso di migranti a un programma straordinario di regolarizzazione approvato pochi mesi prima in Spagna, ricordando che una situazione simile si era già verificata a Ceuta nel 2021, ancor prima che tale processo di regolarizzazione esistesse. "Questo equivale a manipolare l'opinione pubblica", ha dichiarato, ribadendo che qualsiasi risposta alla crisi deve dare priorità alla tutela della dignità e dei diritti umani. Questa richiesta di verità, di fronte alla manipolazione ideologica, è di per sé un atto spirituale: si rifiuta di permettere che la sofferenza dei migranti diventi una merce di scambio in una disputa che non li riguarda più.
L'ospitalità come criterio di fede vissuta
La teologia biblica dello straniero non si limita a pochi versetti isolati; costituisce un filo conduttore che attraversa sia l'Antico che il Nuovo Testamento, e che assume una rilevanza impellente alla luce della crisi di Ceuta. Il Libro del Levitico formula questo precetto con una chiarezza che dovrebbe rappresentare una sfida per qualsiasi nazione che si professi cristiana: "Se uno straniero viene ad abitare in mezzo a voi nel vostro paese, non lo maltratterete" (Lev 19,33). Questo comandamento, rivolto al popolo d'Israele al termine della propria esperienza di esilio in Egitto, fonda l'ospitalità non sul sentimentalismo, ma sulla memoria: è perché Israele stesso ha sperimentato la condizione di straniero che gli viene chiesto di non dimenticarla mai nell'altro.
È proprio questo ricordo che sembra svanire nell'attuale dibattito tra Roma e Madrid, dove la questione non è più "come accoglierli con dignità", ma "chi debba farsi carico dell'onere amministrativo e di sicurezza di questa accoglienza". Il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, aveva tuttavia cercato di rassicurare tutti fin dal primo giorno della crisi, affermando che "quasi tutti" i circa sessantamila migranti che avevano lasciato il Paese erano già rientrati in Marocco e che l'integrità dell'area Schengen rimaneva "assolutamente garantita". Questa affermazione, per quanto fattuale e rassicurante, non risolve però la questione teologica di fondo: cosa facciamo noi, come cristiani in Europa, con coloro che bussano alla nostra porta, che siano sessantamila o sessanta?
Su questo punto specifico, il Vangelo di Matteo offre una chiave di comprensione che va ben oltre il contesto migratorio per toccare il cuore stesso del Giudizio Universale così come lo descrive Cristo: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Questo passo, spesso citato ma raramente meditato in tutta la sua radicalità, pone l'accoglienza dello straniero tra i criteri supremi della salvezza, alla pari della cura degli affamati, degli assetati e dei carcerati. Non si tratta semplicemente di un'opzione pastorale tra le altre, ma di un criterio finale di discernimento, che né legittime preoccupazioni per la sicurezza né tensioni diplomatiche possono cancellare. La posizione della Chiesa spagnola, che ha mantenuto il suo appello alla dignità durante tutto questo mese di crisi senza mai negare la complessità della gestione migratoria, illustra una via per affrontare questa tensione: non scegliere tra sicurezza e carità, ma rifiutare che la prima diventi una scusa per trascurare la seconda.

Verso una teologia europea della frontiera
Ciò che Leone XIV ci ha ricordato fin da Lampedusa
Fin dai suoi primi mesi, il pontificato di Leone XIV ha proseguito con fermezza l'impegno del suo predecessore nei confronti dei migranti, in particolare attraverso il suo esplicito sostegno alla candidatura dell'isola di Lampedusa a Patrimonio Mondiale dell'UNESCO, nella categoria dei "gesti di ospitalità". Questo gesto simbolico, che lega una piccola isola del Mediterraneo, oggi tomba e rifugio al contempo, a un sistema di riconoscimento internazionale solitamente riservato a meraviglie architettoniche o naturali, rivela un aspetto essenziale della visione della Chiesa per il nostro tempo: l'ospitalità stessa è un patrimonio da preservare, un tesoro di civiltà al pari di una cattedrale o di un paesaggio tutelato. In un discorso dedicato al Mediterraneo, Leone XIV ha anche denunciato il fatto che "le morti in questo mare sono vittime sia delle decisioni prese sia di quelle non prese", attribuendo così la responsabilità morale non solo alle azioni dei governi, ma anche al loro silenzio e alle loro indecisioni.
Questa formula, applicata alla situazione attuale tra Roma e Madrid, assume una risonanza particolarmente acuta: le persone morte nei pressi del lungomare di Tarajal alla fine di luglio sono solo vittime delle reti di contrabbando e delle politiche migratorie marocchine, o anche, in una certa misura, dell'assenza di una politica europea comune in grado di prevedere e gestire con dignità tali flussi, anziché ricorrere, un mese dopo la tragedia, a un gioco di ritorsioni burocratiche tra due capitali alleate? La domanda posta dal successore di Pietro non intende puntare il dito, ma chiamare tutti a rispondere per inerzia o per colpa, secondo una logica che riecheggia le parole del profeta Amos: «Vendono il giusto per argento e il povero per un paio di sandali» (Amos 2,6). Questo versetto, di rara brutalità biblica, denuncia il modo in cui i più vulnerabili diventano, nelle logiche di mercato o politiche, merce di scambio anziché persone a pieno titolo – una denuncia che risuona stranamente con il modo in cui i migranti di Ceuta sono diventati, per un mese, pedina di una disputa diplomatica che li trascende di gran lunga.
La responsabilità condivisa dei cattolici in Europa
Sarebbe tuttavia troppo semplicistico, e teologicamente superficiale, ridurre questa crisi a una mera contrapposizione tra governi spietati e una Chiesa compassionevole. La realtà è più complessa: in Italia e in Spagna, milioni di cattolici comuni si trovano divisi tra la legittima preoccupazione per gli arrivi massicci e incontrollati e il costante richiamo della loro fede ad accogliere gli stranieri. Lo stesso Codice delle frontiere Schengen prevede meccanismi per la reintroduzione temporanea dei controlli in caso di "grave minaccia all'ordine pubblico o alla sicurezza", meccanismi che la Commissione europea ha ribadito debbano essere "notificati e debitamente giustificati", segno che, anche da un punto di vista strettamente legale, la chiusura è intesa come un'eccezione temporanea e non come una situazione permanente.
È proprio questa natura eccezionale che si sta erodendo mese dopo mese, trasformando quella che avrebbe dovuto essere una misura di emergenza in una routine amministrativa ripetuta per abitudine piuttosto che per reale necessità. La responsabilità dei cattolici europei, in questo contesto, non è quella di sostituirsi ai governi nella gestione tecnica dei flussi migratori – una questione che rientra legittimamente nella sfera della prudenza politica – ma di garantire che la tecnica amministrativa non oscuri mai la persona umana che si cela dietro i numeri. L'apostolo Giacomo, nella sua epistola, esprime questa esigenza con una forza che trascende i secoli: «Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e senza cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: ‘Andate in pace, riscaldatevi e saziatevi’, senza dare loro ciò che è necessario al corpo, a che serve?» (Giacomo 2,15-16). Questa affermazione, originariamente rivolta alla prima comunità cristiana, si applica con inquietante rilevanza a qualsiasi dichiarazione ufficiale che invochi la compassione senza mai tradurla in una reale accoglienza.
La diocesi di Cadice-Ceuta, aprendo i suoi centri di accoglienza fin dai primissimi giorni della crisi, ha incarnato perfettamente questa traduzione concreta delle parole in azioni, mentre le cancellerie di Roma e Madrid, un mese dopo, si limitavano a prorogare misure amministrative senza delineare soluzioni sostanziali. Questa differenza di ritmo e natura tra l'azione della Chiesa e quella del governo invita ogni cattolico europeo a riflettere sulla propria disponibilità: nelle nostre parrocchie, nelle nostre famiglie, nel nostro impegno comunitario, siamo più vicini alla logica della diocesi di Cadice-Ceuta o a quella dei Ministeri dell'Interno, che da un mese si rimpallano la responsabilità di questa tragedia umana? La domanda non ammette una risposta univoca e semplicistica, ma richiede, quantomeno, un onesto esame delle nostre reazioni all'arrivo degli stranieri.
Lectio divina
«Anche voi, come pietre vive, venite edificati in una struttura spirituale» (1 Pietro 2:5).
Osservate queste pietre allineate a formare muri di controllo e percepite che vi viene offerto un altro tipo di costruzione. Una pietra viva non trattiene nulla; trasporta e connette. Che tipo di pietra siete diventati, di fronte a chi arriva esausto? Avete scelto il muro o l'edificio che accoglie? Questa domanda non richiede una risposta immediata, ma solo che rimanga dentro di voi, silenziosa e persistente.
Signore, tu sei la pietra angolare che i costruttori hanno rigettato. Guarda i nostri confini, le nostre saracinesche, i nostri posti di blocco prolungati, ogni due settimane. Insegnami a diventare una pietra viva, non un muro. Possano le mie mani costruire un rifugio, mai una barriera. Donami il tuo sguardo su colui che viene dal mare, esausto, tremante, senza fiato. Fa' del mio cuore una porta aperta.
Una pietra, ancora tiepida per il sole del giorno, delicatamente appoggiata su un'altra, senza cemento né rumore.
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